I politici europei solo comparse nel film di Barack

Nel XVIII secolo, un Lord inglese partiva per il Grand Tour per completare la sua educazione. Oggi, sembra che un candidato presidenziale americano debba fare lo stesso, non per imparare, ma per fare colpo sui suoi in patria. Barack Obama è stato in Europa soltanto 24 ore negli ultimi dieci anni, e così questa settimana atterrerà a Londra, Parigi e Berlino giusto per il tempo di un «ciao» e per posare davanti alle telecamere. Terrà in serbo per il Medio Oriente le questioni politiche serie che potranno fare o disfare la sua campagna, contrariamente a qualsiasi sua dichiarazione o azione in Europa. È forse tranquillizzante per i politici europei realizzare d’essere soltanto comparse sul set del film di Obama. Ma, come in passato principi e cardinali italiani si ritrovavano a competere per l’attenzione di un eroe conquistatore come Nelson o una celebrità letteraria quale Byron, così oggi Gordon Brown, Nicolas Sarkozy e Angela Merkel devono essere grati per la breve udienza con il senatore di Chicago.
Obama terrà un solo discorso e non è un caso che lo faccia a Berlino. Proprio lì, nel 1963, poco dopo che il Muro di Berlino rese la Cortina di Ferro che divideva l’Europa visibile anche dallo spazio, John F. Kennedy fece un memorabile discorso, che culminò con le parole: «Ich bin ein Berliner!». Il gesto di solidarietà di Kennedy nei confronti di un città assediata ha catturato l’immaginazione del mondo e Obama senza dubbio spera di ripetere oggi la performance. A dire il vero, la retorica da Guerra fredda di Kennedy non ha nulla in comune con il messaggio di Obama all’Europa, che potrebbe essere riassunto così: basta Bush. Questo è in verità quello che gli europei pensano di voler ascoltare, ma la realtà è che l’Europa avrà bisogno dell’America sotto il presidente Obama tanto quanto ne ha bisogno sotto il presidente Bush.
Nella sua infatuazione, il Vecchio Continente immagina che Barack Obama sarà un giovanile Nelson Mandela. Nonostante il padre provenga dall’Africa, Obama è comunque della città di Al Capone. Nulla potrebbe essere più fatale per la stabilità del mondo dell’impressione che l’America non sia più pronta a usare la sua potenza militare come deterrente, per intimidire e se necessario castigare i suoi numerosi nemici, compresi i nemici dei suoi alleati.
Obama può venire in Europa in pace, ma per essere eletto avrà bisogno di presentarsi come capace di guidare il suo paese in guerra non meno del suo rivale repubblicano, il veterano del Vietnam, John McCain. Gli Stati Uniti non condividono con gli europei l’illusione che non ci siano minacce esistenziali alla civiltà occidentale e un democratico che si oppose all’invasione dell’Irak ha molto di più da provare.
Nel suo cocciuto rifiuto a prestare attenzione alle verità sgradevoli, soprattutto di natura strategica, l’Europa è stata lenta nel notare come la corrente della guerra abbia cambiato direzione in Irak. Obama non può permettersi di fare lo stesso errore. Se dovesse mantenere il suo impegno e annunciare un ritiro delle forze americane dall’Irak, consentirebbe ad Al Qaida di strappare la vittoria dalle fauci della sconfitta. Alla fine, l’Europa dovrebbe prendere nota delle vigorose condizioni della democrazia americana. Un continente così spaventato dal proprio elettorato non ha il diritto di flirtare con l’anti-americanismo. Sarà anche il Grand Tour di Obama, ma sono i leader europei che hanno più da imparare.