I politici tutti palazzo e potere che non conoscono la vita reale

Il primo ministro francese Dominique de Villepin ha rilasciato una singolare dichiarazione ai giornalisti che lo intervistavano mentre era in visita ad un asilo nido della periferia parigina. Ha detto che, dal momento che immagina di non aver molto da fare tra un anno, potrà finalmente «occuparsi della vita vera». Ai giornalisti d’Oltralpe, ovviamente, interessa più il fatto che Villepin sembra non contare granché sui risultati delle prossime presidenziali. Pessimista, dunque, sul proprio futuro politico, Villepin, indicando la nidiata, ha poeticamente aggiunto: «Queste madri e questi bimbi mi hanno fatto venire voglia di dedicare del tempo alle cose vere della vita».
Certo, non sappiamo che razza di ambiente sia quello che è costretto a bazzicare ogni giorno il premier francese. Ma, guardando quello di casa nostra, non fatichiamo a immaginare una quotidianità fatta, sì, di soddisfazioni e onori, ma anche di gomitate, tentativi di sgambetto, pugnalate alla schiena e cose del genere. Più, il rischio di ictus che provoca il dover costantemente stare con una mano davanti e l’altra dietro e dormire con tutti gli occhi aperti, anche quelli sulla nuca. Comprendiamo, dunque, l’invidia che talvolta un politico professionista deve provare per quanti conducono un’esistenza più semplice. Più semplice, non più vera. Certo, come luogo in cui regna la verità un nido di bimbi è migliore di uno di vipere (ammesso che i bimbi non dicano mai bugie, cosa tutta da dimostrare). Ma escludere la politica dalla vita «vera» ci pare sbagliato. Purtroppo essa è anche più vera delle altre, se ci si passa l’espressione. È solo più difficile, questo sì.
Occorre, anche se non si è credenti, esservi «candidi come colombe e astuti come serpenti», come dice il Vangelo. Nel quale, per giunta, Cristo si rivolge ai suoi discepoli, non a un congresso di partito. Ma, tanto per restare in tema, in duemila anni fior di santi hanno fatto di mestiere i politici senza dimettersi schifati. Pensiamo a tutti i re e le regine medievali canonizzati dalla Chiesa. Sono legione. Pensiamo al patrono dei politici, Thomas More. O a Nicholas Flüe, patrono della Svizzera e suo Padre della Patria. Il fatto è che si può fare molto più del bene in politica che badando ai bambini di un asilo. E proprio i santi dimostrano che tale bene vien meglio (e si sta anche meglio) se si pensa agli altri anziché alla proprie carriera e poltrona.
Sta tutta qui la differenza tra un politico benedetto dal popolo anche dopo che non c’è più e gli altri. Abbiamo esempi, alcuni recenti, di politici ottuagenari più arzilli e vispi di un folletto. Ma, quando gli è stata sfilata la poltrona da sotto le terga, nel giro di poche settimane sono trapassati. Indovinate donde traevano la loro vitalità. Per un esempio opposto, Gabriel Garcia Moreno, presidente dell’Ecuador alla fine dell’Ottocento. Rappresenta ancora per il suo Paese l’unico momento della storia in cui esso è stato prospero e temuto. Diede il voto alle donne e agli indios, dimezzò le tasse e triplicò i salari, fece di Quito l’osservatorio astronomico più importante del mondo, rafforzò l’esercito e garantì la pace per decenni (l’unica, nella storia di quel martoriato Paese). Ma cominciava la sua giornata alle cinque con la messa. Ed aveva rinunciato allo stipendio. Sì, perché la politica è il settore più importante della carità. Basterebbe ricordare il famoso proverbio cinese: non donare un pesce al mendicante, dagli una canna da pesca. Carità, sì, nel senso pieno di questa parola cristiana. Solo così la politica non produce malessere. A sé e agli altri.