I predatori di Lhasa, città fantasma

Per un secolo la corsa verso la capitale tibetana impegnò spie,
militari, esploratori. Un saggio di Peter Hopkirk racconta la mitica
conquista del "Tetto del mondo"

Agli occhi dei primi occidentali che vi misero piede, Lhasa apparve «piena di miseria e sudicia in modo indescrivibile, senza fogne e con le strade in terra battuta... frequentate da maiali e cani in cerca di rifiuti». Per almeno un secolo, la corsa verso la capitale tibetana, il cuore del Tetto del mondo, aveva avuto per partecipanti professionisti dell’avventura e avventurosi dilettanti, militari, studiosi, religiosi, gentlemen... Nessuno l’aveva raggiunta, qualcuno era morto di stenti e di fatica, qualcun altro era stato assassinato durante il percorso. In quel 1904 che segnò l’ingresso nella «città proibita», la gara si era tramutata in operazione militare e il quarantenne colonnello Francis Younghusband non era il capo di una missione scientifica, ma di un esercito. Nel corso dell’avanzata e delle estenuanti trattative che l’avevano accompagnata, c’era stato un momento in cui, armati di vecchi archibugi e fiduciosi nei loro talismani, i tibetani avevano accennato a una reazione e il risultato era stato nove morti e sei feriti nel corpo di spedizione britannico, 628 morti e 222 feriti dall’altra parte. «Una macelleria» aveva commentato con tristezza Younghusband.

Sulla città derelitta il Potala dalle mille stanze dove il Dalai Lama risiedeva, si impresse nei visitatori-conquistatori come un’immagine magica che eclissava la miseria sottostante: «Le cupole dorate brillano al sole come lingue di fuoco». Lungo 300 metri si innalzava a picco sulla roccia su cui era stato costruito, montagne dalle cime innevate a fargli da fondale. «Non è un palazzo su una collina, ma una collina che è anche un palazzo». A non molta distanza, il Ling-Kor, la via sacra dei pellegrini, si snodava intorno alla Jokhang, la cattedrale fulcro della città santa dove la luce fievole delle lampade al burro illuminava l’altare dello Jo, il gigantesco Buddha d’oro dal dolce sorriso. Il trasudare del burro che bruciava rendeva ogni cosa scivolosa, i fumi facevano aleggiare un rancido fetore, il canto dei monaci rendeva l’insieme indimenticabile.

Fuori da Lhasa, il Tibet dai laghi salmastri, dalle altitudini micidiali, dal clima impossibile spalancava il suo paesaggio di solitudine, desolazione, folgorante bellezza. Grande quanto l’Europa, con una popolazione che non superava i quattro milioni di abitanti, agli occhi stupefatti degli inglesi più che un Paese dava l’idea di un gigantesco monastero. Ogni famiglia dava un figlio alla Chiesa, ogni villaggio aveva il suo luogo di culto e di preghiera. L’elettricità era sconosciuta, così come la bicicletta.

La conquista di Younghusband fu resa inutile da quella stessa politica imperiale che l’aveva resa possibile. Il trattato di pace che legava il Tibet alla Corona sul modello di Hong-Kong non venne avallato, e una volta resisi conto che la Russia su quel territorio non aveva alcuna mira, Londra stabilì che in fondo era un «problema cinese» e chiuse la questione. Per alcuni versi non aveva torto, visto che fino ad allora solo i cinesi ne erano stati i frequentatori, avevano una loro rappresentante, l’amban, a corte, consideravano il Tibet un protettorato e i tibetani ricambiavano con un omaggio formale una libertà sostanziale che la debolezza di Pechino non poteva contrastare... Nel 1910 i cinesi provarono a porvi un freno e occuparono Lhasa, ma l’anno dopo fu tutto il «celeste impero» a sfasciarsi. E alla vigilia della Prima guerra mondiale il Tibet proclamò la sua indipendenza. Durò trentasette anni, poi il ventitreesimo giorno del nono mese dell’Anno della Tigre di ferro, ovvero il 7 novembre 1950, i cinesi tornarono. E da allora non se ne sono più andati.

In Alla conquista di Lhasa (Adelphi, pagg. 378, euro 24) Peter Hopkirk racconta da par suo questa lunga cavalcata in cerca di una Shangri-la mai esistita e, proprio per questo, ancor più desiderata. Lo fa allineando storie eroiche e storie tragiche, figure grottesche e anime angeliche e il lettore ha l’impressione di immergersi in un romanzo di avventure più che in una pagina di storia. Il turista-viaggiatore che oggi arriva in Tibet coglie una confusa eco di quello che un tempo venne considerato «il paradiso perduto». Intorno alla Jokhang il pellegrinaggio continua, sui laghi salmastri lo sguardo spazia su un panorama di indicibile splendore, ma l’incanto si è spezzato e la nostalgia, ormai, non è più quella di un tempo.