I progressi della scienza in un bigino dotto e pettegolo

All’inizio del seminario sul transfert (1960-61) Jacques Lacan consiglia ai suoi ascoltatori di leggere I sonnambuli di Arthur Koestler (oggi ripubblicato, a quasi trent’anni dalla prima edizione italiana, da Jaca Book, pagg. 544, euro 38). «Koestler - dice Lacan - non sempre è considerato un autore di solida ispirazione. Be’, vi garantisco che I sonnambuli di cui si parla dappertutto è il suo libro migliore. È fenomenale, meraviglioso. Non avete neppure bisogno di conoscere la matematica elementare, comprenderete tutto attraverso la biografia di Copernico, di Keplero e di Galileo, con una certa parzialità per quanto riguarda Galileo - l’autore era comunista, lo confessa lui stesso».
Ironico, feroce Lacan. Di fatto I sonnambuli (che richiama solo a livello di titolo la trilogia narrativa di Hermann Broch, ben superiore) è la storia «umanistica» delle concezioni dell’universo da Pitagora a Isaac Newton, con particolare attenzione (più di due terzi del libro) alla rivoluzione scientifica del Seicento. Il racconto procede - documentatissimo e «dall’interno», attraverso lettere, poesie e diari - con il ritmo di una coinvolgente drammaturgia storiografica, senza mai perdere d’occhio quello che Giulio Giorello, nell’introduzione, chiama molto giustamente «il pubblico della scienza». L’odierno lettore tipo dei Sonnambuli, infatti, non è un addetto ai lavori, e nemmeno un intellettuale, ma è colui che mastica o vorrebbe masticare un po’ di cosmologia e un po’ biologia, un po’ di chimica e un po’ di umanesimo, per spendere volentieri queste nozioni in serate da enoteca oppure nel suo blog, per non dire sui quotidiani, in discussioni battagliere a proposito di Dio e/o Darwin.
I sonnambuli è un bigino per una buona conversazione scientifica? In parte sì, tuttavia rimane libro apprezzabile a livello stilistico: piacerà ai lettori di John Banville, autore di La notte di Keplero o La lettera di Newton (Guanda). D’altronde, Koestler è anche il titolare di quel gran romanzo che è Buio a mezzogiorno (Mondadori). Non gli importa dare al lettore «l’angoscia degli spazi infiniti» a buon prezzo, che è poi ciò che tentano parecchi saggi oggi confezionati per soddisfare il segmento editoriale della «scienza romanzata». Koestler si rivolge altrove, a inquietudini più sottili: «La sensibilità, la voglia di cercare - scrive - sono attitudini che presuppongono una certa dose di frustrazione, né troppa né poca: una specie di moderata infelicità».
Ed è così che veniamo a conoscenza che «la giovinezza di Keplero si può spiegare con Freud: una nevrosi sublimata; con Adler: un complesso di inferiorità compensato con successo; con Marx: la risposta della storia ai bisogni della navigazione che esigevano un progresso dell’astronomia; con gli studiosi di genetica: una bizzarra combinazione di cromosomi». A fronte di tali collegamenti culturali, non si può dire che il metodo divulgativo di Koestler non sia novecentesco fino al midollo. È anche un po’ pettegolo, però. Se riesce a non perdere tensione narrando le vicende di Galileo, con Tycho Brahe siamo quasi al gossip: estrapolando testimonianze dai diari di Keplero, che lo frequentò assiduamente, Koestler ci informa un po’ troppo sulle sue difficoltà urinarie e troppo poco sulla sua visione del mondo.
Resta che questo esteso saggio dell’autore dell’indimenticato Dialogo con la morte (Il Mulino) - già intellettuale engagé sul fronte anti-franchista della guerra di Spagna, suicida nel 1983 insieme alla terza moglie Cynthia - potrebbe essere nel presente lettura propedeutica per molti: dagli aspiranti romanzieri alla Ian McEwan ai polemisti vaticani, fino ai nostalgici di una scienza dal volto umano. Forse «troppo umano».