I punti fermi della libertà

I padri spirituali e le idee fondanti del liberalismo in un’analisi da Nicola Matteucci

Al dipartimento di economia dell’Università di Mosca, oggi, fa bella mostra di sé una statua di Friedrich von Hayek. Con un paradosso, si potrebbe sostenere che la data della sua inaugurazione potrebbe tranquillamente sostituire il fatidico 9 novembre 1989, giorno dell’abbattimento del Muro di Berlino, quale festa della libertà. Perché se i pianificatori e gli ingegneri dell’umanità hanno reso omaggio al grande teorico liberale, significa che non è «soltanto» collassato l’impero sovietico, ma che è collassato l’impianto teorico del comunismo. Che non è stata soltanto l’applicazione pratica dei principi di Marx ed Engels a essersi dimostrata sanguinosamente bacata, ma che il pesce, come si suol dire, puzzava dalla testa. Irrimediabilmente marcia.
Ma da qui a dire che il liberalismo abbia trionfato, ne corre. Come dopo tutte le grandi devastazioni, il panorama è pieno di detriti, ideologici e non. Il cammino dell’Est verso la democrazia liberale è tutt’altro che lineare. La Cina è lì, enigmatica: il totalitarismo con gli occhi a mandorla ha aperto una breccia all’arricchimento, ma tutto il resto manca, a partire dal riconoscimento dei più elementari diritti dell’uomo. Nella vecchia Europa, il duello storico con la socialdemocrazia è tutt’altro che vinto.
In Italia, finché non verrà ridiscussa la prima parte della Costituzione, che di liberale ha ben poco, ogni timida conquista poggerà su basi fragili. La battaglia tra chi difende i diritti insopprimibili dell’individuo, primo dei quali quello a perseguire la propria via alla felicità, e chi pretende di possedere la formula della felicità e di imporla agli altri, dunque, non è affatto terminata. Sopravvive nelle sue formule più subdole. Il sociologismo, con la sua pretesa di poter predeterminare scientificamente le leggi di sviluppo di una società e di correggerne, è implicito, altrettanto scientificamente le storture, quasi che l’umanità fosse un immenso automa cui avvitare e svitare bulloni. Il positivismo giuridico, per il quale la legge dello Stato ha sempre ragione e i diritti naturali dell’uomo sono negati. Lo stesso liberalismo assume forme inattese, diviene mantello con cui coprire atti che con l’eredità dell’illuminismo scozzese, di Thomas Jefferson e Camillo Benso conte di Cavour hanno poco a che fare.
Il liberalismo, di Nicola Matteucci (il Mulino, pagg. 90, euro 8,59), costituisce contemporaneamente una breve (aurea brevitas), scorrevole, completa sintesi teorica, una cartina di tornasole di ciò che è liberale e ciò che non lo è, un elenco delle «cose da fare» e una cassetta degli attrezzi per farle. In fondo, lo spirito è lo stesso con cui Matteucci diede vita, più di mezzo secolo fa, al Mulino, zattera di salvataggio di tutti coloro che non potevano dirsi marxisti. O con cui, solitario, fece propria e divulgò la lezione di Alexis de Tocqueville e di von Hayek. Insomma, Il liberalismo è un libro didattico. Sommamente, splendidamente didattico. Da tenere sul comodino per leggerlo, e non per appoggiarci la lampada.
C’è, innanzitutto, una succinta storia del liberalismo novecentesco e di come sia riuscito a sopravvivere e poi a battere i suoi nemici, dal marxismo alla scuola di Francoforte, dal populismo al positivismo. Una descrizione del processo storico da cui, crocianamente, emergono i principi e le buone ragioni della filosofia politica liberale.
Il cuore della riflessione di Matteucci (parentesi d’obbligo: solo la disattenzione con cui il centrodestra guarda ai suoi veri maestri non l’ha portato, come meriterebbe, sui banchi del Senato) non è mutato da oltre mezzo secolo. Si è semmai arricchito, ad esempio, del riconoscimento del liberismo economico come parte costitutiva del liberalismo. «Il liberalismo, in quanto pensiero politico, rientra nella grande tradizione della “filosofia pratica”, la quale non cerca la “verità”, ma la soluzione pratica di un problema pratico o, più in generale, la fondazione dell’ordine politico liberale». La sua apparente debolezza, cioè la mancanza di una gabbia ideologica o di un testo sacro cui riferirsi, è in realtà la sua forza, che gli consente di adattarsi alle circostanze e di risorgere dalle sue apparenti ceneri. Il suo nocciolo duro «non è un individualismo ontologico, ma sono i diritti civili e politici dell’individuo e l’organizzazione del potere atta a tutelarli e garantirli».
Per questo, sfugge dall’utopia di chi pretende di possedere la verità e di basare su questo presunto sapere un ordine politico che non può che essere totalitario, frutto, per Daniel Bell, «di una teologia secolarizzata in quanto pone la salvezza dell’uomo in questo mondo» che postula «necessariamente il dominio sugli altri per la trasformazione della società». Sfugge anche dal relativismo assoluto o dal nichilismo, perché pone a suo fondamento, kantianamente, la legge morale. Diviene, aristotelicamente, fronesis o prudentia, «cioè un sapere capace di orientare l’uomo nella sua azione» attraverso il metodo del dialogo, del confronto di fronte alla pubblica opinione.
I muri maestri del liberalismo matteucciano sono innanzitutto di carattere istituzionale. È prioritario, per un liberale, costruire l’arena entro cui la fronesis possa liberamente esercitarsi, perché «la politica liberale resta un’arte architettonica, che deve però soltanto armonizzare la ricca pluralità della nostra vita sociale e non già comprimerla o schiacciarla». L’arena non è solo uno Stato di diritto, ma (seguendo la lezione di Carl Friedrich) uno «Stato costituzionale dei diritti». La Costituzione non si limita a fissare le regole del gioco, ma garantisce contro tutti «(il governo, ma anche i gruppi) i diritti del cittadino (riassumibili in quello di cittadinanza)» e rende «giustiziabili questi diritti contro ogni abuso del potere legislativo per mezzo di una Corte costituzionale». Ora, si dia un’occhiata alla carta costituzionale italiana nell’«intangibile» parte dei principi generali e alla prassi della suprema corte, e ci si accorgerà di come sia necessario, per ogni liberale, rimboccarsi le maniche.
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