«I repubblicani crescono negli Stati incerti»

Michael Carmichael ha partecipato a cinque presidenziali. E invita a non considerare già chiusa la partita

Marcello Foa

Attenzione, la vittoria dei democratici alle legislative americane di martedì prossimo, sebbene molto probabile, non è scontata. A prevederlo è uno dei più bravi strateghi elettorali, Michael Carmichael, che dopo aver preso parte a cinque campagne presidenziali, l’ultima nella squadra di Clinton, ora è presidente dell’associazione Planetary mouvement e dell’Oxford Centre for Public Affairs. In questi giorni è molto ricercato dai media: Fox News e BBC International lo hanno ingaggiato per commentare i risultati alla chiusura delle urne. Michael Carmichael ha concesso questa intervista al Giornale.
Perché pensa che il risultato non sia già acquisito?
«Per una ragione tecnica che si tende a sottovalutare. Se guardiamo i sondaggi è evidente che i democratici sono largamente in testa; tuttavia negli ultimi anni i repubblicani hanno ridisegnato i collegi elettorali, di modo che i democratici fossero ancor più forti nelle zone dove da sempre vincono e i repubblicani favoriti in quelle tradizionalmente in bilico».
E questo può essere sufficiente per ribaltare il risultato?
«No, però può ridimensionarne la portata in termini di seggi. Io penso che i democratici conquisteranno il controllo della Camera dei Deputati, guadagnando circa 15 mandati rispetto ad oggi, ma ritengo che il Senato rimarrà ai repubblicani, sebbene di poco».
Da due giorni l’America non parla che della gaffe di Kerry sui soldati in Irak. Quanto inciderà sugli elettori?
«Direi poco, in realtà quello di Kerry era uno scherzo mal riuscito su Bush. Ho l’impressione che Karl Rove, lo stratega di Bush e dei repubblicani, sia stato molto abile nel trasformare un non evento in un caso mediatico. Più che altro è un diversivo per distrarre gli elettori dalle cattive notizie provenienti da Bagdad. Ed è ciò di cui hanno bisogno i repubblicani».
Perché?
«Perché l’Irak è il tema dominante di questa campagna elettorale. Il voto è diventato un referendum pro o contro la politica di Bush in Medio Oriente. Lo spettro che aleggia nel Paese è quello di un nuovo Vietnam. Non basta la polemica su Kerry per contrastare un umore che oggi appare molto radicato».
Bush si sta impegnando a fondo nella campagna elettorale, ma molti osservatori lo considerano un peso più che una risorsa. Non sono ingenerosi?
«Il suo tasso di popolarità è pari a quello di Nixon ai tempi del Watergate. Oggi persino i leader del partito tendono a stargli alla larga, mentre fino a pochi mesi fa si fregiavano della sua amicizia. Non solo: la sua presenza finisce addirittura per danneggiare i candidati repubblicani che, stando ai sondaggi, perdono consensi dopo le sue visite nei loro Stati».
Di solito le questioni morali avvantaggiano i conservatori, ma quest’anno potrebbero danneggiarli...
«Senza dubbio. La vicenda di Mark Foley, il deputato che ha confessato di essere gay e di aver insidiato dei sedicenni, ha scandalizzato la destra cristiana, che alle presidenziali di due anni fa si era mobilitata per Bush. Questo è un elettorato che non si sposta certo a sinistra, ma è sufficiente che si astenga per incidere, e non poco, sull’esito della corsa. Anche la condanna di Jacques Abramoff, il lobbista che ha corrotto per anni molti parlamentari, la maggior parte dei quali repubblicani, ha turbato gli elettori. Non c’è dubbio: l’America sente il bisogno di un cambiamento».
C’è un tema su cui i repubblicani appaiono convincenti: l’economia. E da giorni avvertono: se vincono i democratici le tasse aumenteranno. Nemmeno questo servirà?
«Apparentemente no, anche perché in realtà i democratici puntano ad alzare il salario minimo, che ora è il più basso in tutto l’Occidente. La destra Usa confida sull’effetto Wall Street, che in questi giorni ha toccato nuovi massimi storici; tuttavia c’è chi osserva che rispetto al livello in cui si trovava quando Bush salì al potere ha guadagnato solo il 10 per cento. E la tenuta di questi giorni si presta a un’altra lettura: significa che il mercato non teme un cambio di maggioranza al Congresso».
C’è chi dice: questo voto segnerà la fine dei neoconservatori. Condivide?
«Sì. I segnali sono evidenti: l’ala moderata e tradizionalista è destinata a prevalere nel Partito repubblicano».