I ribelli danno la caccia ai figli di Gheddafi Parigi, cupola decide le sommosse in Iran

A Bengasi le forze di sicurezza salvano un erede del raìs dall’assedio
della folla. Voci su un nipote ucciso. Cento morti Arrestate decine di
cittadini arabi. Testimoni: "Mercenari pagati migliaia di dollari per
ogni dimostrante abbattuto&quot;. <strong><a href="http://stage.ilgiornale.it/a.pic1?ID=507157">Una cupola segreta decide le sommosse in Iran</a></strong> / G. Micalessin

Il Cairo - Il colonnello Mu'ammar Gheddafi sta vivendo in queste ore il più importante attacco contro il suo regime. A causa delle enormi restrizioni imposte ai mass media è quasi impossibile capire quale sia in queste ore la reale situazione nel Paese. A sollevarsi contro il rais, al potere da 42 anni, è la parte est della Libia: Bengasi, Al Baida, Zawiya, Darnah. Il dissenso non sembra aver ancora toccato Tripoli, roccaforte di Gheddafi, assieme alla sua città natale, Sirte. La risposta del regime è una retata di decine di cittadini stranieri di Paesi arabi appartenenenti - afferma l’agenzia ufficiale libica Jana - a una «rete» che aveva lo scopo di destabilizzare il Paese. Secondo la Jana, che cita fonti «sicure», le decine di persone arrestate «in alcune città libiche» sono state «addestrate per nuocere alla stabilità della Libia, alla sicurezza dei suoi cittadini e alla loro unità nazionale». Secondo fonti vicine all’inchiesta cui fa riferimento l’agenzia, «gli organi di sicurezza libici hanno stabilito che le persone arrestate sono di nazionalità tunisina, egiziana, sudanese, palestinese e siriana», e anche «turca».

Ieri, a Bengasi, sarebbe già cominciata la caccia ai membri del clan Gheddafi: sono circolate voci sulla morte di un nipote del rais, forse ucciso in un attacco a una caserma. E l'albergo dove si trovava uno dei figli del leader, Saad, sarebbe stato preso d'assalto. L'uomo si sarebbe salvato grazie alle forze di sicurezza. Secondo Human Rights Watch, dopo diversi giorni di protesta, i morti negli scontri sarebbero poco meno di un centinaio.

«Abbiamo chiesto a tutti i dottori di correre all'ospedale - ha detto un medico di Bengasi a Hrw - perché non abbiamo mai visto nulla di simile». «È un massacro», dice al Giornale dalla Gran Bretagna Ahmed S., 26 anni, membro di un'organizzazione giovanile libica. I suoi cugini vivono a Bengasi. Si manifesta ovunque, racconta. «La popolazione controlla gran parte delle città dell'est e a Bengasi ha preso anche la radio». Da ore gli abitanti usano i suoi microfoni per aggiornare il mondo sulla situazione. E in Italia, gli eventi libici hanno già aperto la polemica. Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha detto di essere preoccupato per tutto ciò quello sta avvenendo nei Paesi del Nord-Africa, ma che per ora non intende «disturbare» Gheddafi. Dopo la dichiarazione del premier le opposizioni si sono scatenate, invocando una condanna delle violenze un intervento nei confronti di Tripoli, anche con la sospensione del Trattato di amicizia firmato dai due leader nel 2008. Le poche notizie dalla Libia sono arrivate ieri via telefono: internet è stato bloccato per diverse ore. Ahmed S. ha parlato con i suoi parenti: raccontano che a sparare sulla folla non siano stati né polizia né esercito, ma mercenari in arrivo dal Chad e dalla Mauritania, pagati dal regime migliaia di dollari.
«Sono atterrati con tre aerei. In molte zone, la polizia e l'esercito quando hanno visto arrivare soldati stranieri hanno preso le parti della popolazione».

E anche l'emittente Al Jazeera ha mostrato le immagini di uomini con armi automatiche e giubbotti anti-proiettile. Si sarebbero appostati sui tetti, per sparare alla folla. Per Heba Morayef, di Hrw, ad agire contro i manifestanti ci sarebbero anche le forze speciali. Le persone a Bengasi e Al Baida - spiega al Giornale - sono ispirate dagli eventi in Tunisia ed Egitto. Non c’è un'opposizione organizzata nel Paese. «Nel sistema della Jamahiriya, la Repubblica libica, è vietato creare partiti: il governo, in teoria, sarebbe il popolo».

Lo stesso Gheddafi non ha in realtà nessun titolo ufficiale, oltre all'onorifico nome di guida della Rivoluzione. In un Paese dove le tribù sono lo scheletro della società, sono fedeli al rais e legate a lui dalle rendite petrolifere, i giovani che hanno innescato in queste ore le proteste si trovano stritolati da due tipi di potere autoritario - spiega Thomas Hüsken, antropologo sociale all'università di Bayreuth, in Germania - e si trovano a dover agire entro i limiti imposti dal regime e quelli imposti dal clan. E né l'uno né l'altro offrono loro quello che vogliono.