I rischi della politica 2.0

L'esito del referendum e, prima ancora, delle elezioni amministrative hanno mostrato il peso notevole dei nuovi mezzi di comunicazione (dei social network in particolare) nella formazione di opinioni e creazione di movimenti "dal basso"

I quotidiani, nei giorni successivi al referendum, hanno consacrato Twitter e Facebook come nuovi e imprescindibili strumenti della comunicazione politica.
La televisione - il luogo principe per gli "approfondimenti" - di fatto non ha svolto il suo ruolo. E ora ci troviamo qui a santificare (giustamente) i social network e il passaparola come mezzi capaci di bypassare ogni genere di censura.

Ma cerchiamo di guardare l'altra faccia della medaglia. La televisione impone una comunicazione "lenta" e centralizzata. I tempi televisivi permettono dibattiti articolati, discussioni fatte di tesi, antitesi e (nella migliore delle ipotesi) sintesi.
Cosa succede se la televisione, uno strumento di comunicazione verticale, rinuncia alla sua missione informativa?

Può accadere proprio quello che abbiamo osservato nel caso del referendum. Il passaparola dei cittadini è stato amplificato dai nuovi media digitali. Abbiamo quindi assistito ad una nuova forma di comunicazione politica che possiamo senza difficoltà definire decentralizzata, reticolare e orizzontale.
Una comunicazione di tal genere ha un enorme pregio che è allo stesso tempo un difetto: proprio perché decentralizzata non è controllabile.
Ma l'incontrollabilità è un'arma a doppio taglio. Le comunicazioni sui social network sono difficilmente censurabili, ma è anche estremamente difficile stabilire qual è l'effettiva fonte di un'informazione e quindi valutarne l'attendibilità.

Ricordo ad esempio quanto accaduto nel Febbraio 2011. Su Twitter in quel periodo iniziò a girare la voce di un attacco di "mercenari italiani con caccia F16" contro i manifestanti libici.
La voce (ovviamente falsa) fu addirittura riportata da Al Jazeera.
Le informazioni trasmesse con il passaparola subiscono un processo inevitabile di frammentazione e di distorsione. Il passaparola inoltre non segue le regole della comunicazione tradizionale.

Le comunicazioni sui social network seguono logiche che chi si occupa di marketing virale conosce perfettamente.
Uno degli assiomi della viralità è "keep it simple": affinché un'informazione venga condivisa dal maggior numero possibile degli utenti, deve essere semplice.

Torniamo al caso del referendum. Gli utenti abituali di Twitter difficilmente avranno letto nella propria timeline discussioni "sensate" sui quesiti referendari.
La stragrande maggioranza degli utenti (me compreso) si è limitata ad utilizzare l'hashtag #4sì oppure altri tipi di slogan come "si, si, si, si", ecc...

Tralasciamo per un momento il quesito sul nucleare (su cui gli italiani avevano le idee chiarissime ben prima di Fukushima). La scelta fra "si" e "no" sul quesito relativo all'acqua pubblica non era altrettanto scontato.
L'acqua è un bene comune, d'accordo, ma la presenza del pubblico determina inefficienze non di poco conto. Da pugliese riporto il modo di dire locale "L'acquedotto pugliese dà più da mangiare che da bere" che ironizza appunto sul clientelismo nelle assunzioni.
Ma su Twitter è possibile leggere posizioni così articolate? E' molto difficile, se non altro per il limite intrinseco della lunghezza dei messaggi. Gli utenti sono obbligati a riassumere la propria opinione in 140 caratteri.
Non è un caso infatti che anche Tim Berners-Lee, uno dei padri di Internet , si sia soffermato su questo aspetto: il limite dei 140 caratteri impedisce spesso il ragionamento e l'argomentazione.

Vogliamo fare un altro esempio recente e tutto italiano? Prendiamo in considerazione la sfortunata frase del ministro Brunetta, che ha apostrofato alcuni contestatori (rappresentati dei lavoratori precari) con la frase "Siete l'Italia peggiore".
Bene, la frase in sé è deprecabile. Non può neppure essere classificata come una semplice caduta di stile. E' un'offesa gratuita e ingiustificata.
Su Twitter e Facebook è nata una vera e propria rivolta contro Brunetta. Il problema è che la struttura stessa della comunicazione sui social network ha impedito un dibattito serio a riguardo.
Di fatto sono state eliminate le sfumature di grigio, perché pochissimi hanno evidenziato come una delle contestatrici di Brunetta fosse l'autodefinitasi "precaria di lusso" Maurizia Russo Spena, che guadagna 1800 € al mese ed è figlia di un'ex parlamentare di Rifondazione Comunista (e che quindi magari non aveva proprio tutti i titoli per ergersi a rappresentante dei precari, dato che nessun precario guadagna così tanto).
Capite bene che queste sfumature vanno ben al di là dell'essere semplicemente "pro" o "contro" qualcosa.

Berners-Lee si è spinto oltre, arrivando a definire Twitter "estremo". Quest'aggettivo a molti è sembrato eccessivo.
"Estremo" è sicuramente un termine inappropriato. Ma il punto è che Twitter è uno strumento che fa della semplicità e rapidità di comunicazione il suo punto di forza. E per le stesse ragioni, ogni tweet rischia di essere una presa di posizione apodittica.

Anche per Facebook è possibile fare un discorso analogo, dato che le informazioni si propagano rapidamente soprattutto grazie al pulsante "Mi piace" (e un elemento può piacere o non piacere, senza valutazioni intermedie).
I fan di Twitter (tra i quali mi includo) solitamente obiettano: Twitter è solo uno strumento, quindi non può essere "estremo". L'osservazione in sé è corretta, ma non dimentichiamoci che il medium è parte integrante della comunicazione stessa.
Un esempio concreto? Voi fareste mai una proposta di matrimonio inviando un telegramma?

In conclusione: i social network sono i veri vincitori delle ultime tornate elettorali e del referendum.
Alcuni hanno parlato di "iniezione di democrazia". Ma una democrazia che funzioni ha bisogno di verità chiare, condivise e ragionevoli.
Il furor di popolo - anche se alimentato dai social network - rischia di rappresentare un passo indietro rispetto alle forme di discussione tradizionali.
E proprio per questo è necessario "tifare" per la modernizzazione e informatizzazione della tv e dei quotidiani, non per la loro scomparsa.
I media verticali, in cui è chiaramente riconoscibile il lavoro autoriale di produzione dei contenuti, sono e restano indispensabili per la formazione di opinioni.
Di una comunicazione di questo tipo abbiamo bisogno tutti, internauti inclusi.

di Michele Caivano