I rom a scuola? Tanti soldi e pochi risultati

Marcello Viaggio

Un amarcord delle promesse del Comune? In materia di scolarizzazione dei bambini rom ci sarebbe da sciogliersi in lacrime: bontà, accampamenti modello, e «tutti a scuola». La nuova alba di un futuro radioso inizia a luglio 2000 quando il Campidoglio lancia un patto anti-scippi: «Ai nomadi daremo casa, acqua, gas e luce gratis al posto delle baracche e delle roulottes - annuncia il delegato del sindaco, Luigi Lusi - In cambio dovranno mandare i figli a scuola». È appena successo il pasticciaccio Ben Johnson, il celebre campione scippato del portafogli. La figuraccia internazionale scuote il Campidoglio. Lusi lancia un codice di comportamento in 19 articoli, che fissano diritti e doveri. I capofamiglia dovranno assicurare che nei campi non entrino auto rubate e che i figli non marinino la scuola. È una sfida persa ma il Comune ci crede. «Basta con i furti, la corresponsabilità è la via giusta», osserva il coordinatore della maggioranza, Dario Esposito. Quell’anno il Comune paga 1 miliardo e 700 milioni di lire la scolarizzazione di circa 1.200 zingarelli, 1 miliardo all’Ama per la pulizia e 5 miliardi e 600 per la riqualificazione dei campi.
Inizia l’anno scolastico 2000-2001. La sinistra loda le maestre che, invece di insegnare l’alfabeto e la tavola pitagorica, creano un vocabolario delle parole in lingua korakanhè: «L’importante è che nessuno schiacci la loro cultura», dicono le anime benpensanti della sinistra. Peccato che i rom disertino in massa i banchi di scuola. Il Comune moltiplica gli sforzi: pulmini, settimane di vacanze, regali. Tutto inutile. I bimbi di studiare non ne vogliono sapere. O meglio, sono i genitori che li tirano via per faccende più importanti: accattonaggio e scippi. «Ma quando mai? - replicano a sinistra -. I poveri bimbi la sera vanno a vendere le rose, così la mattina sono troppo stanchi per andare a scuola». Una zingarella può racimolare 200 milioni all’anno solo di scippi, si apprende nei Tribunali dei minori. Ma il Comune fa orecchie da mercante: «In classe i piccoli rom trovano un’atmosfera di diffidenza - accusa l’assessore Piva - e non ci vogliono tornare». La colpa è dei bambini romani, insomma. «E poi se le zingarelle rubano, è perché vogliono avere le stesse cose delle altre ragazze», osserva Giovagnoli, presidente Arci Solidarietà. Vogliono integrarsi, dopotutto. Lasciamole fare, insomma. Nel giugno 2001 l’assessore Coscia premia in Campidoglio 21 ragazzini rom che hanno preso il diploma di scuola media. Più o meno negli stessi giorni i carabinieri presentano il piano anti-criminalità estivo: «Basta un cacciavite o una chiave falsa agli zingarelli per entrare in casa», spiega il colonnello Ventriglia: «Otto furti su dieci sono dovuti a loro». Sembra di vivere in due pianeti diversi.
Nel 2002 il prefetto Del Mese tuona: «Nei campi resti solo chi è in regola». L’assessore Milano annuncia un piano straordinario: 25 miliardi di lire in tre anni per chiudere 5 dei 29 campi, costruire 6 nuove aree sosta, attrezzare 12 villaggi. E bisognerà mandare una buona volta gli zingarelli a scuola. Come? Spendendo altri miliardi, due all’anno. Da allora di proclami se ne sono sentiti molti mentre dei 12 villaggi attrezzati si sono perse le tracce. Sul pianeta scuola&rom solo l’intervento del ministro Amato ha smosso le acque. Secondo l’assessore Coscia sarebbero infatti 1.800 i bimbi rom sui banchi. Numero decisamente basso su un totale di 4-5mila unità. L’unico dato certo però è un altro: quattro anni dopo, i quattrini spesi per mandare a scuola i nomadi sono raddoppiati. Da 2 miliardi di lire a 2 milioni di euro l’anno. Con gli stessi risultati: un pugno di minori in classe, migliaia in strada.