I romanzi italiani? O brutti best seller o belli senza lettori

Nessuna via di mezzo tra titoli vendutissimi ma di scarsa qualità e libri ottimi che però nessuno legge. All'estero ci sono grandi opere leggibili. Da noi invece, se ci sono, non le vediamo. La colpa? Degli editor...

Da più di un mese imperversa un’aspra polemica sull’industria editoriale, innescata da un documentario girato dal critico letterario Andrea Cortellessa, Senza scrittori. Secondo Cortellessa la grande editoria sta compiendo una sorta di pulizia etnica globalizzante, al termine della quale agli amanti della letteratura non resterà che fuggire in un villaggio al confine fra l’Italia e la Slovenia, Topolò, dove si tiene il più piccolo festival letterario del pianeta. C’è molta autoironia in Senza scrittori, e anche qualche verità, ma qui si vorrebbe provare a capovolgere la questione. Ci domanderemo come mai in Italia non si riesca a far fruttare il capitale con i romanzi che durano. Senza questo capovolgimento ogni discussione resta ancorata a un contrasto fra buoni e cattivi, e diventa una perdita di tempo.
Il primo passo da compiere è sbarazzarsi della soluzione più ovvia, e cioè che da noi sia difficile vendere la buona letteratura per ragioni storiche e culturali. Messa così, la buona letteratura non vende per la stessa ragione per cui l’Italia non ha mandato un uomo sulla Luna. Eliminata la risposta contestuale, diventa logico individuare alcune figure che indubbiamente potrebbero essere chiamate in causa.
Per molti lo scarso rilievo dato ai romanzi di qualità è la conseguenza di una sorta di complotto filisteo ordito dagli editori. Esisterebbe una «Spectre» al centro della quale siederebbe Antonio Franchini, potente editor della Mondadori. Accanto a lui, i funzionari di Rcs e quelli degli altri grandi gruppi. Tutta gente interessata al profitto, e solo ad esso.
Naturalmente gli editori proclamano la loro innocenza. Colpevole è il popolo, che ha sempre avuto il vizio di gridare «Non quell’uomo, ma Barabba!». Gli editori si limitano pilatescamente ad accontentarlo, facendo in modo che nelle vetrine delle librerie vi sia sempre Margaret Mazzantini e Erri De Luca in quantità.
Lo scaricabarile degli editori, lo si vede bene, è inaccettabile. Che «il pubblico» abbia dei gusti prestabiliti è una leggenda. A un tale che le obiettava che la gente non avrebbe amato il pessimismo dei suoi racconti, Dorothy Parker replicò: «Mi meraviglio della sua ingenuità. Ciò che la gente deve amare, siamo noi a stabilirlo». Evocare le ragioni del profitto, poi, è solo un gesto scaramantico. Sembra quasi di udire il Tom Buddenbrook di Thomas Mann: «Loro sono poeti, ma noi, noi siamo solo commercianti...». Si sa come è andata a finire. Purtroppo non basta vendere l’anima al diavolo per far soldi. Se fosse così, non avremmo un mercato editoriale tanto depresso.
Anche l’atteggiamento accusatorio di Cortellessa, beninteso, ha i suoi vantaggi. Il critico accademico potrà sentirsi l’esponente fin de race di una professione gloriosa; e pazienza se nel caso di Senza scrittori la decisione di combattere la Resistenza a Topolò rischia di apparire come un cedimento alla tentazione antitetica della «casa sulla collina». Di assomigliare a una fuga verso un luogo appartato dove coltivare non il proprio volterriano giardino, ma alcune rarissime varietà di orchidea, talmente preziose da essere fuori mercato. Ma non è questo il punto. Il punto è che Franchini e Cortellessa - i best seller di fantomatica qualità del primo e l’oltranzismo letterario del secondo - si stringono involontariamente la mano e si spartiscono l’universo mondo. Al primo la terra, anzi il sottosuolo; al secondo il cielo. Plutone e Zeus. E in mezzo, il nulla. Soluzione classica, che vanta una tradizione secolare nella nostra penisola dove tra arcadia e analfabetismo si è sempre aperto un abisso che nessuna middle class ha mai desiderato colmare.
Altrove, fra terra e cielo ci sono i Grandi Romanzi Leggibili. Ci sono Houellebecq e Echenoz, Marìas e Grass, Rushdie e Eugenides. In Italia c’è il regno della letteratura come truffa. C’è lo sfacciato raggiro semiologico e ideologico dei romanzi di De Luca, Baricco, Mazzantini, un fenomeno degenerativo impressionante che non ha eguale. Perché ciò accade? Perché in Italia i lettori migliori cadono nella trappola scavata dagli scrittori peggiori?
Per colpa degli editori, certo, terrorizzati dall’idea di promuovere sul serio un romanzo che odori anche solo di onesto artigianato. Ma anche per colpa dei critici letterari che di fronte al Grande Romanzo Leggibile storcono sempre un po’ il naso, preferendo opere programmaticamente bizzarre o respingenti. E non ci riferiamo al solito Antonio Moresco. È sempre antipatico fare degli esempi individuali, ma nell’ultima stagione le innumerevoli recensioni positive destinate a un romanzo di Matteo Nucci, Sono comuni le cose degli amici (Guanda) - un insopportabile garbuglio, verboso e soporifero - hanno assorbito tesori di energia che sarebbe stato sensato dirigere altrove. Nel medesimo arco di tempo un volume straordinario per umorismo e intelligenza di Giulio Mozzi, Io sono l’ultimo a scendere (Mondadori) vendeva meno di tremila copie. Ma gli esempi si possono moltiplicare. Ermanno Cavazzoni, Paolo Nori, Paolo Colagrande... Bravissimi, per carità, peccato che non abbiano mai avuto ambizioni imperialistiche. Non vogliono conquistare l’Italia, figurarsi l’Europa o il mondo. E intanto il Paese, complice la pigrizia degli editor e degli uffici stampa, che non sanno fare il loro mestiere, è diventato l’habitat ideale per gli scrittori-tartufo. Ah, gli uffici stampa... Si scatenano solo quando si tratta di smerciare paccottiglia. Sono riusciti a far rimanere invenduti sugli scaffali Fantasmi romani di Luigi Malerba, La furia del mondo di Cesare De Marchi, Il tramonto sulla pianura di Guido Conti: tre esempi di Grande Romanzo Leggibile. Va da sé che per questo triplice scandaloso fallimento nessuno ha versato una lacrima. Tutti impegnati a omaggiare il nuovo Pasolini o il nuovo Gadda, l’eroe civile o quello bellettristico. Chissà quando capiremo che i generali che puntano tutto sugli eroi perdono la guerra.