Tra i segreti di Freya Stark viaggiatrice senza snobismo

La villa dove visse, riportata all'eleganza originale da privati, ora è visitabile: album, memorabilia e uno splendido giardino raccontano la sua vita da esploratrice

La casa di Freya Stark, ad Asolo, è nel centro cittadino. Si chiama Villa Freya e, con un po' di pazienza, è visitabile. Tramontata l'idea di farne un museo, venduta in un'asta pubblica e finita cinque anni fa in mani private, chi ne è stato ospite quando la sua proprietaria era ancora in vita (Freya morì, nel 1993, alla bella età di cento anni) ricorda grandi bauli pieni di album fotografici, il salotto e le altre stanze piene di memorabilia orientali, tappeti, arazzi, ceramiche, terracotte, una biblioteca ben fornita, con molte prime edizioni di opere rare e introvabili e una corrispondenza classificata con politici e scrittori che abbracciava più di mezzo secolo. Qualcosa è finita al Museo civico comunale, che sta ora allestendo una «stanza» solo per lei, qualcos'altro è tornato in Inghilterra, molto è rimasto nelle mani di chi ne fu, nel suo ultimo decennio, fedele amica e/o dama di compagnia, Anna Modugno, e lo scorso anno è stato oggetto di una mostra celebrativa di buon livello, curata da Anna Maria Orsini, una delle «Freyadi» di Asolo, l'associazione culturale che raccoglie le amiche di Freya.

Il visitatore di oggi ha a disposizione il magnifico giardino di cui la casa è porta d'ingresso e insieme nume tutelare: piccole fontane, vialetti di fiori, lecci centenari, una serra, un prato che degrada, i resti di un piccolo teatro greco sapientemente protetti. L'abitazione, dicevamo, è privata, una proprietà a tempo, 99 anni, ottocento metri quadrati su due piani di cui intelligentemente sono stati recuperati i due bagni originali che Freya volle in uno stile che echeggiava gli hammam di Damasco, marmi lucidi e marezzati per pavimento, vasche incassate, sanitari spartani (Frigida, era la loro marca inglese...). Originale è anche il caminetto al piano terra che la scrittrice, ottima disegnatrice e acquerellista, arricchì con disegni di frutti, e il bovindo che dal secondo piano domina il giardino e la vallata circostante. Cinque anni fa, quando la famiglia Carron l'acquistò, Villa Freya veniva da un quindicennio di sciatteria, compresa l'installazione fallita di un b&b, l'utilizzo del giardino per occasioni politico-mondane, eccetera. Adesso la casa, non ancora abitata, brilla per armonia e eleganza, anche se, come mi dice Monica Carron, si è dovuto razionalizzare ciò che negli anni era divenuto un accumulo indiscriminato, sia all'interno, sia fuori, nel giardino, appunto.

Alta meno di un metro e sessanta, un fisico minuto, aggravato da un incidente che, ragazzina, le costò metà della capigliatura, un orecchio e la palpebra destra, lasciandole una cicatrice che le attraversava la testa e la necessità di complicati toupé e strategici cappellini, Freya Stark appartiene a quel mondo magico fra le due guerre in cui il viaggiare era ancora un piacere nonché un'arte e permetteva di unire il fascino del «diverso» con la puntigliosità dell'osservatore interessato. «Viaggiare significa ignorare i fastidi esterni e lasciarsi andare completamente all'esperienza, fondersi con tutto quello che ci circonda, accettare tutto quello che ci succede e così, in questo modo, fare finalmente parte del paese che si attraversa. E questo è il momento in cui si avverte che la ricompensa sta arrivando».

Nata a Parigi, cresciuta in Italia, ad Asolo, appunto, dove poi si stabilirà negli anni Cinquanta, ma inglese sino al midollo, un nome di battesimo ripreso da un racconto di Conrad, Freya delle sette isole , un padre pittore e una madre pianista, presto separati ma rimasti in buoni rapporti, la Stark rispecchiava perfettamente il suo Paese, come dire, d'origine, quel misto di understatement e di humour, la capacità di adattarsi e l'abitudine a tanti piccoli rituali sentiti come essenziali, un certo paternalismo coloniale, proprio anche del tempo in cui visse, unito però alla capacità di accettare usi e costumi differenti. Tutto ciò aggiunto a un carattere curioso, a una buona disposizione d'animo, a un coraggio non comune e a una certa dose di fatalismo mista all'amore per il rischio che rese i viaggi da lei intrapresi strani e bizzarri, sempre pieni di inconvenienti e di contrattempi, raccontati però con uno stile che non cerca mai di sottolineare le difficoltà, ma lavora di cesello per mettere il lettore a proprio agio, senza fumisterie o facili esibizionismi.

«La grande e quasi l'unica consolazione di esser nata donna sta nel fatto che possiamo fingerci più stupide di quello che siamo e nessuno se ne meraviglia». In questa frase c'è molto di più di una sottile ironia, di una dolce presa in giro: muovendosi in territori più o meno ostili al sesso debole, difficili e infidi, affidandosi spesso e volentieri a mani ignote, la Stark fece della sua femminilità, peraltro non conturbante per i motivi già ricordati, una specie di arma di difesa che le faceva ottenere più protezione di quella di cui veramente avesse bisogno, più attenzioni di quelle di cui veramente necessitasse, più libertà d'azione...

«È un momento importante quando vedi, sia pure da lontano, la meta del tuo vagabondare. Non importa quante catene, o fiumi, o sentieri riarsi e polverosi ti dividano da lei: ormai essa è tua per sempre. Questo provarono i barbari dei tempi antichi, allorché dal muraglione delle Alpi guardarono in basso alla pianura lombarda e videro Verona e le sue torri, e ancora più in basso il bianco letto del fiume; questo provarono Senofonte e Cortes, e gli umili soldati di ventura e i pellegrini che vennero prima e dopo di loro; e questo provai io...».

Fra gli scrittori del deserto e del mondo arabo, i Burton, i Doughty, gli Hogarth, i Bell, i Lawrence, i Thesiger, Freya Stark occupa un posto a parte. Rispetto a essi il suo interesse per quei mondi non fu immediato e struggente, né finì con l'identificarsi in una causa, o con il dedicarvi l'esistenza. Fu piuttosto il caso, come poteva essere per una giovane di buona famiglia che, all'indomani della prima guerra mondiale, si fosse ritrovata a studiare l'arabo, nuova lingua coloniale in virtù della fresca spartizione del Medio Oriente. Certo, c'era una predisposizione, ma più verso l'avventura che non verso un luogo particolare. «Credo che all'origine della faccenda ci sia una zia molto fantasiosa che per il mio nono compleanno mi regalò una copia delle Mille e una notte . Inavvertita e perciò negletta fino allora, la piccola scintilla accesa in questo modo cominciò in segreto a nutrirsi di sogni. Il Caso, cioè un missionario siriano che abitava vicino a noi, la attizzò; il Destino, sotto forma di lunghi mesi di malattia e di inedia, la ingrandì trasformandola in fiamma viva tanto da illuminare il mio percorso nei meandri del mondo arabo fino a farmi approdare, più tardi, sulle coste siriane, nel 1927».

Non sorprende che il suo primo libro esca quando ha superato abbondantemente le trentina: è la conferma di una strada trovata, più che di una vocazione precoce e assoluta. Anche questo però finisce poi per giocare a suo favore: nei suoi libri non c'è mai lo specialismo e quella punta di snobistica superiorità e/o disprezzo che fa capolino nelle pagine meno sorvegliate degli scrittori prima citati. La Stark non deve convincere nessuno, non deve stupire nessuno, non deve dimostrare niente a nessuno. I viaggi che fa sono per il suo piacere, così come i libri che scrive: «Chi vuole viaggiare in pace deve trovarsi un pretesto più spirituale del puro godimento. Spesso, nel nostro mondo utilitaristico, fare le cose per divertimento passa per fatuità, anzi per immoralità».

Rispetto agli anni fra le due guerre raccontati nei suoi libri ( La valle degli assassini , Le porte dell'Arabia , l'appena pubblicato ora in italiano Lettere dalla Siria , per le edizioni La Vita Felice) nel Medio Oriente è cambiato tutto, a cominciare dalla grafia dei nomi. Questo fa sì che una tentazione sia quella di leggerli come fossero romanzi, avulsi dalla realtà, storie inventate per il piacere di raccontarle. Ma anche se è cambiato tutto, paradossalmente non è mutato nulla: rimane un diverso modo di concepire la vita, il tempo, i rapporti, la religione; rimane una potenza della natura di cui noi europei abbiamo perso il significato; rimane quel fatalismo che permette le peggiori infamie e le più tremende sopportazioni. Da questo punto di vista, la Stark ci consegna un mondo arabo incisivo e vivo, pieno di contraddizioni e di sorprese. Straordinariamente colorato e luminoso, duro, aspro eppure pervaso di cavalleresca pietà.