I signori di Volterra ci guardano ancora

Una rassegna fa rivivere l’arte e la storia dell’antica Velathri

Da Pisa a Volterra, poco più di un’ora di macchina tra campagne assolate, e paesi produttori di vino e ciliegie. E poi, lassù, sulla cima di una collina, la selvaggia Volterra, fiera e isolata. Quel sapore aristocratico, di grande centro etrusco (Velathri), Volterra l’ha ancora: al di là del grande arco della cinta muraria, la lunga via principale e i vicoli, con severe case di pietra, incutono rispetto, quasi i guerrieri e pastori etruschi fossero ancora lì, ad osservare. Erano arrivati nell’età del Bronzo, avevano sviluppato una loro civiltà, con una loro lingua, creato una città con solide mura, costruito necropoli, avviato commerci con i vicini porti di Populonia e Pisa, entrando nelle grandi rotte di navigazione che dall’Oriente portavano a Marsiglia. E poi, dopo aver raggiunto l’apice nel II secolo a. C., erano caduti nel I a.C. nel coinvolgimento delle guerre civili di Roma, di cui erano alleati. Finiva la Volterra etrusca, e nasceva la romana.
Una lunga e affascinante storia, di cui sono riemerse tracce in tombe e necropoli, che hanno restituito ossa, armi, ceramiche e tombe in terracotta, pietra e alabastro. Steli funerarie con scritte, ora leggibili, come quella mista di caratteri greci e latini, che recita tradotta : «Io \ di Larth Tharnies \ Uchulnie \ ha donato» ed affianca una ruvida figura maschile di profilo con cuffia e trecce, in mano una spada-coltello. Eccoli, i misteriosi etruschi volterrani, che ora possiamo conoscere meglio grazie ad una straordinaria mostra appena aperta a Palazzo dei Priori. Sei sezioni e circa centocinquanta opere (armi, gioielli, sculture, urne funerarie, intere tombe ricostruite), nate a Volterra e territorio e restituite da musei italiani e stranieri, ne raccontano vita e storia dall’inizio alla fine, con le scoperte degli ultimi anni, organicamente illustrate nel catalogo (Federico Motta Editore). Il primo incontro è con asce, pugnali in rame, ciotole e scodelle, riemersi nella sepoltura collettiva della grotta di Montebradoni, il più importante ritrovamento preistorico del tardo Ottocento nel territorio volterrano, prima ancora della nascita della città. Poi il percorso conduce lungo vetrine con urne cinerarie in terracotta, decorate con sottili geometrie, fibule, ossa umane, spilli, anelli, provenienti da tombe dell’antica città-stato di Volterra, dall’età del Bronzo al V secolo a.C. Oggetti scoperti nella necropoli delle Ripaie, la più antica, della Guerruccia, ed altre intorno alla città.
Intorno a Volterra, isolata allora come oggi, al centro di un vasto territorio che comprendeva la bassa Val di Cecina, la Valdera, la Valle dell’Elsa e dello Staggia, si sviluppa nell’VIII secolo a. C. una pluralità di siti, rappresentati dalle rispettive necropoli, con tombe a tumulo diverse da quelle a fossa o a camera minuscola della città maggiore. I ricchi corredi esposti, ritrovati nelle necropoli di Casale Marittimo, Montescudaio e in altre zone denotano la presenza di una popolazione agricola, capace di produrli in loco. Da Casale Marittimo provengono due interessanti statue maschili a tutto tondo, opera di maestranze locali del VII secolo a. C., con cinturone lavorato, perizoma, una con lunga treccia, l’altra con orecchi carnosi e occhi lavorati su pietra nera.
La Volterra del VI-V secolo a. C., ben strutturata e definita, con mire espansionistiche sul territorio, ed una aristocrazia alfabetizzata, è testimoniata da stele e cippi con iscrizioni, teste scolpite, elmi, monete, vasi. La Stele di Avite Tites, ad esempio, raffigura un guerriero di profilo, barbuto e capelluto, che impugna impettito la sua lancia. La testa «Lorenzini» in marmo, detta così dalla famiglia proprietaria, è forse un Apollo, derivato da un bronzo greco. Le monete sono scolpite con teste di foca e di aquila, le urne cinerarie presentano raffinate sculture con caccia al cinghiale o altri soggetti, i vasi a figure nere raccontano miti antichi. Ma la vera sorpresa è la Volterra del IV-I secolo a. C., una città popolosa con sette chilometri di mura, a difenderla dai Celti da un lato e dai Romani dall’altro. Con una produzione di ceramiche a figure rosse e urne cinerarie, bronzi e orificerie, da far invidia al mondo e richieste da altri centri. Spicca la Tomba Inghirami, ritrovata nel giardino di una villa dei dintorni di Volterra nel 1861 con ben 44 urne in alabastro (molte esposte), unite in circolo, come in un eterno banchetto famigliare di più generazioni. I defunti, uomini e donne, dai grandi volti maestosi, i corpi sdraiati sul coperchio di casse scolpite sembrano dialogare tra loro sulla fragilità della vita.
LA MOSTRA
«Etruschi di Volterra», Volterra, Palazzo dei Priori, sino all’8 gennaio 2008. Info: 0588 91280