I soldati infedeli precipitati nell’abisso del «ribelle» Lenz

All’incirca negli anni del Movimento Studentesco, i giovani tedeschi riscoprono la cultura ribelle, sovversiva, del ’700 radicale, quello inaugurato dalla «scapigliatura» dello Sturm und Drang. Strana vicenda, quella di questo movimento famoso e brevissimo. Sorge nel 1770 a Strasburgo, dove si trova a studiare un gruppo di tedeschi perché i corsi erano più semplici di quelli delle loro università e perché in città si parlava ancora tedesco, oltre a essere una buona «palestra» per imparare il francese. Alcuni - tra cui Goethe, Lenz e Jung-Stilling - erano alloggiati alla locanda «Allo Spirito», che ospitava in quei mesi anche Herder. Questi, benché giovanissimo (era nato nel 1744), era già una celebrità nell’ambiente intellettuale con i suoi scritti di critica letteraria profondamente innovativi. Per una dolorosa operazione agli occhi, era costretto all’oscurità e passava il tempo discutendo di letteratura, linguistica, filosofia con i giovani ospiti: Goethe nel 1749 e Lenz nel 1751. I colloqui segnarono la genesi del movimento che costituì la prima avanguardia letteraria europea e - per dirla con Goethe - la «rivoluzione letteraria» della Germania, dove è decisivo sia il sostantivo «rivoluzione», ché fu una vera rifondazione della letteratura tedesca, ma importante è anche l’aggettivo «letteraria» perché tutto il radicalismo goethiano si esaurì nell’ambito artistico e critico. Sono gli anni dell’inno rivoluzionario Prometheus, dichiarazione stupenda d’indipendenza dagli dei e dall’autorità tradizionale (leggi: monarchica). Certo, Goethe si guardò dal pubblicare l’ode: verrà resa pubblica solo alcuni anni dopo da un suo amico senza il permesso dell’autore, che nel frattempo era diventato ministro del duca di Weimar. Infatti nonostante la protesta sturmeriana e malgrado la disperata coerenza antiassolutistica del Werther del 1774, Goethe accetta il compromesso storico con l’assolutismo nella sua versione tedesca del frazionamento in centinaia di staterelli. E anche i suoi compagni di bohème accettarono quella soluzione: Herder si trasferisce a Weimar dove dirige la chiesa luterana, un altro scrittore, Klinger, finì generale zarista. Ci fu una sorta di diaspora dall’impegno del movimento. Salvo Jakob Michael Reinhold Lenz: lui restò fedele e ne assunse tutte le conseguenze. Questo figlio di un pastore, cresciuto nel più rigido pietismo, scrisse due drammi sconvolgenti. Il primo è Il precettore o i vantaggi dell’educazione privata, in cui si mette in scena la miseria sociale, economica ed esistenziale in cui erano condannati a vivere i giovani laureati. Il protagonista è, infatti, un giovane laureato che, assunto da una famiglia aristocratica, subisce ogni sorta di umiliazioni finché s’innamora della giovane allieva e fugge dopo averla messa incinta. Per un senso di colpa si evira e finisce aiuto-maestro in un villaggio dove sposa una contadinella che è tutta felice di trovare un marito «accademico» che la rispetterà e le bacerà ogni tanto le mani. Una metafora atroce dell’impotenza della borghesia intellettuale tedesca, bigotta e incapace di sollevarsi. Straordinaria fu la rivisitazione «marxista» ad opera di Brecht nel 1950. Il secondo successo teatrale di Lenz è I soldati, riattualizzato nel 1965 in un’opera lirica di B.A. Zimmermann e nel 1968 in una riscrittura drammatica di Heinar Kippardt. La storia narra di Maria, una bella modista, ambiziosa di vivere nel mondo incantato del lusso. Sedotta da Desportes, ufficiale infedele nella «Fiandra francese», scende nel degrado morale. Lenz però non giudica, ma raffigura e convince la sua rappresentazione della miseria dell’ambiente militare, che costituisce uno spaccato realista della società assolutista. Il dramma è stato ripresentato recentemente al Piccolo di Milano da Luca Ronconi, che ne ha avvertito l’intatta carica teatrale. Dopo questi drammi, Lenz segue come un’ombra Goethe: corteggia Friederike Brion, la ragazza alsaziana amata e abbandonata da Goethe, poi s’innamora della sorella dell’amico, infine lo segue a Weimar, dove per una gaffe ormai imperdonabile viene espulso per ordine del ministro Goethe. Vive una depressione che lo porta vicino al suicidio: si getta da una finestra (fortunatamente bassa), è in cura da un pastore, che ci ha lasciato una sorta di diario patologico, che verrà pubblicato nel 1839 da Buechner e che ancora oggi desta attenzione come dimostra la novella di Peter Schneider: Lenz. Poi si perdono le tracce di Lenz. Torna in patria, in Livonia, sul Baltico, ma se ne allontana definitivamente e comincia una vita di vagabondaggio, scende la scala sociale, vivendo più o meno come un barbone, inseguendo progetti impossibili. Il 24 maggio del 1792 viene trovato morto assiderato in una strada di Mosca. Se fosse restato a Strasburgo avrebbe visto la città giacobina. Anche la sua memoria scompare. Dovremo attendere decenni quando la nuova sensibilità di scrittori radicali come Büchner lo riscopre e l’indica come un grande scrittore. Ma saranno gli espressionisti prima e Brecht poi a comprenderne la tragica grandezza di scrittore e di uomo coerentemente vissuto nella «tempesta e assalto», ovvero nello Sturm und Drang.