«I sonnambuli» risvegliano la letteratura

Dall’ennesimo, osceno, assurdo e voluto buco nero dell’aura editoria italica nasce questa «produzione» de I sonnambuli di Hermann Broch (1886-1951) edita da Mimesis (pagg.716, euro 35). La trilogia, capitale, figurava, ben compatta in un solo volume, nella meravigliosa Nuova Universale Einaudi, del 1997, per poi presto sparire. Non che questa edizione (pardon, «produzione») mi rassicuri granché: Massimo Rizzante, il curatore, avverte che «la traduzione italiana della presente riedizione dei Sonnambuli è quella di Clara Bovero, pubblicata la prima volta nel 1960 da Einaudi». Rizzante dice che quella traduzione «l’ho sempre trovata di grande livello», che dunque «ho compiuto soltanto una leggerissima opera di aggiornamento linguistico», e che «non essendo un esperto di letteratura tedesca né un traduttore di professione, ho chiesto aiuto». Non è un traduttore, non è un cultore di letteratura tedesca, allora perché si occupa di Broch?
Poco importa, passo oltre, sono troppo felice di avere tra le mani il primo romanzo di Broch, pubblicato tra il ’31 e il ’32, scritto a partire dal ’28. L’anno prima Hermann aveva venduto l’industria del padre, abbandonando le felicitazioni del lavoro borghese per la fatica, l’astio, l’umiliazione della letteratura. Il romanzo è uno e trino, i primi due libri (Pasenow o il romanticismo e Esch o l’anarchia), ambientati rispettivamente nel 1888 e nel 1903, convergono nel terzo (data centrale: 1918), Huguenau o il realismo, in cui tutto quanto esplode, la lambiccata prosa si frantuma in poesia (dacché «ci sono cose che solo il verso esprime,/ e pare assurdo a chi non vuol che prosa»), il romanzo s’interseca con il reportage, il racconto, il pezzo teatrale (più specificamente: «Il simposio o dialogo della redenzione»), l’infrazione scenica dell’aforisma (bellissimo questo, «non c’è niente che sia privo di speranza più di un bambino»), il tutto per «realizzare la possibilità di una nuova forma di romanzo», come scrive Broch a G.H. Meyer in una lettera (datata 10 aprile ’30) posta tra altre in appendice ai romanzi.
In effetti, la trama del romanzo è irrisoria, ma il romanzo è geniale perché è una riflessione incessante, ansiosa, cruenta sulla possibilità del romanzo e dell’arte nell’epoca dell’uomo mutilato, contorto, moderno. Per questo, la parte più cospicua e bella dei Sonnambuli è il saggio che scandisce il terzo tomo, dedicato alla Disgregazione dei valori, che intorno a frasi fantomatiche e assiomatiche («L’irreale è l’illogico. E pare che questo tempo sia ormai giunto al colmo dell’illogico, dell’antilogico»; «C’è una realtà per l’assurdo di una vita che non è vita? Dove si è rifugiata la realtà?»), compie riflessioni scardinanti, violentissime, perentorie: «Nella dissoluzione di ogni forma, nel crepuscolo di una torpida incertezza sopra un mondo spettrale, l’uomo, come un bimbo smarrito, avanza a tentoni, tenendosi al filo di una qualche logica di corto respiro, attraverso un paese chimerico, che chiama realtà sebbene non sia per lui che un incubo».
Ora, semmai, il punto è capire quale ruolo affibbiare a Broch nell’ambito della letteratura moderna, e quale ai Sonnambuli. Lo dico perché, da una parte, i capolavori pretendono continui scavi, reclami, irritazioni; poi perché un lettore ha bisogno di essere orientato. Riassunto per non udenti: «I sonnambuli non assomiglia a nessun modello», scrive Milan Kundera nell’inutile prefazione alla «produzione» Mimesis, e poi, usando le parole di Carlos Fuentes (che firma un’altrettanto inutile postfazione), ci dice che sono «l’opera letteraria del secolo». D’altra parte, Hannah Arendt ritiene che sia invece, sempre di Broch, La morte di Virgilio a rappresentare «la più grande opera poetica del tempo, perché si attiene irremovibile al poco che vi è di fondamentalmente elementare» (lettera a Broch del 29 maggio ’46), e che «è diventata in qualche modo proprio l’anello di congiunzione tra Proust e Kafka, vale a dire tra un passato che abbiamo irrimediabilmente perduto e un futuro che non è ancora tra noi» (recensione su The Nation; entrambe le citazioni da H. Arendt-H. Broch, Carteggio 1946-1951, Marietti 1820, 2006).
D’altra parte, se devo dar credito alla quarta di copertina Einaudi degli Incolpevoli, l’ultimo romanzo di Broch, pubblicato nel ’50, è proprio quella «l’opera più significativa di Hermann Broch, “la sua parola definitiva e umanamente più compiuta”, come ha detto Ladislao Mittner». A chi devo credere? Voi credete a me: il capolavoro è La morte di Virgilio, l’immane monologo interiore del genio latino scritto da Broch, ebreo convertito al cattolicesimo, a partire dal ’36, in condizioni di esilio (dal ’38 espatria dall’Austria e non vi farà più ritorno) e di delirio («Lo “scrivere” doveva unicamente servire come tramite per fissare questa esperienza della morte, come mezzo di chiarificazione; era dunque un atto del tutto privato, che nulla più aveva da spartire con la convinzione di star scrivendo un’“opera d’arte” o con il pensiero della sua pubblicazione, a parte poi il fatto che per motivi estrinseci (Hitler) non vedevo più possibilità di pubblicare»). Proprio quel romanzo immane, spartito assoluto e impossibile (parola di Ezio Raimondi: «Difficile dire se La morte di Virgilio sia un romanzo riuscito o meno. Forse è impossibile scrivere un romanzo in questo modo. È una specie di straordinaria sconfitta, che però porta il raccontare oltre le sue strade correnti»), pone Broch ai vertici della letteratura moderna, prima di Faulkner, Joyce, Proust, un gradino sotto Kafka.
Tutto sommato nei Sonnambuli Broch porta alle estreme conseguenze una pratica letteraria consueta: il romanzo nasce per descrivere la realtà, per questo perturba continuamente la propria forma. Da Laurence Sterne a Jonathan Swift, dalle digressioni mistiche di Hugo a quelle storiche di Tolstoj a quelle zoologiche di Melville, tutti i grandi romanzi, con forza centrifuga, inglobano forme, generi, stili, per divenire creazione autonoma, mondo in sé e per sé, cristallino, compiuto. I sonnambuli ricalcano Joyce, prevedono Gombrowicz, ma risentono ancora dei Karamazov e di Ivan Il’ic (cautamente più rivoluzionario), soprattutto, le parti in prosa sono grevi, faticose (a quel livello, tanto meglio Thomas Mann). Ma l’esempio più lampante sono le porzioni poetiche: nella Morte di Virgilio sono alte, placide e bellissime, nei Sonnambuli paiono filastrocche, francamente perdibili (che Broch sia stato perfino occasionale e perfetto poeta è denunciato nel volume che ne raccoglie le Poesie, curato da Vito Punzi per Città Nuova nel 2009).
Ciò di cui bisogna fare tesoro, piuttosto, è la postura con cui Broch ha scritto I sonnambuli. Voleva cambiare per sempre la storia della letteratura con un atto di esplicita ostilità nei riguardi della letteratura. Voleva porre una pietra tombale e nello stesso tempo fiondare una pietra d’angolo sulla mascella della letteratura. E dire tutto, in ogni forma possibile, come se il romanzo fosse il cantiere di un mondo nuovo e tutto il cuore dell’uomo. Rischiando tutto, soprattutto l’incomprensione, la diffidenza, la vita da reietto tra le alate aule della letteratura, perché tutto, ogni dolore, ogni sofferta bestemmia, è già implicito nella redazione dell’opera. Ecco, diciamo che non si è messo a scrivere per vendere qualche migliaio di copie del suo libro.