I successi di Pansa? Reazione di massa agli accademici rossi

I lettori hanno capito che il dopoguerra dominante nella nostra storiografia non era quello di un Paese reale ma di uno inventato

Il Corriere della Sera non perde occasione per ergersi a difesa della storiografia di sinistra che a lungo è vissuta di rimozioni, se non di una falsificazione della realtà. Sia della Resistenza sia del lungo dopoguerra, in cui siamo ancora affogati. In questi giorni in via Solferino hanno preso di mira Giampaolo Pansa. Al pari di Bruno Vespa, viene liquidato con l’epiteto di «Robin Hood di Casale Monferrato». L’accusa è stata lanciata da Sergio Luzzatto, che per la frequenza e lo spazio con cui vengono pubblicati i suoi interventi sul Corriere mi pare impersonare il modo di fare (e pensare) storia del direttore, Paolo Mieli.
La contestazione rivolta a Pansa è perentoria: tutto ciò che egli descrive nei suoi libri è farina già stivata dai maggiori storici della Resistenza e dell’immediato dopoguerra. Si citano M. Dondi, G. Crainz, S. Peli e M. Storchi. I loro libri, scrive Luzzatto, sarebbero «pubblicati dalle più note case editrici italiane» (Angeli, Editori Riuniti, Marsilio, Einaudi). Forse Luzzatto ha preso lucciole per lanterne. Infatti, gli autori che rivisitano dopoguerra e guerra di Liberazione non sono per nulla preoccupati di mettere a fuoco quelle che egli chiama soavemente «lati oscuri», «pagine nere» oppure, alzando il tono solo quando deve sintetizzare l’opinione di Pansa, «nefandezze partigiane e post-partigiane, corrività della sinistra intellettuale» ecc.
Si prenda il testo del mio amico e collaboratore Mirco Dondi, intitolato La lunga liberazione, pubblicato da Editori Riuniti. L’obiettivo non è rileggere la storia del movimento partigiano per delineare errori, eccessi, ribalderie. Dondi intende dire che la catena di delitti, lo spargimento di odio, il farsi vendetta da sé da parte di molti gruppi di ex combattenti o di «squadristi rossi» non costituisce un episodio, una parentesi. Sono concepiti e vissuti come una continuazione, un prolungamento normale, fisiologico, della Resistenza. Dunque, la «pulizia politica» fatta in Emilia Romagna, il «triangolo della morte», va capita e quindi assolta.
Contestuale a questa impostazione, da parte di quasi tutti gli autori citati, è l’idea (aberrante) che i governi seguiti alla cacciata di Togliatti e Nenni, nel maggio ’47, e quelli chiamati, dopo il 18 aprile ’48, centristi, fossero qualcosa di simile a colpi di Stato. Più esplicitamente l’Unità e Rinascita non si fecero scrupolo di parlare, a proposito dei ministeri guidati da De Gasperi, di fascismo che torna, di segno della fascistizzazione dello Stato, di subordinazione al capitalismo americano ecc. Un mio vecchio collega e amico, comunista impenitente, Mario G. Rossi, che insegna all’università di Firenze, ha sintetizzato efficacemente questa letteratura in un saggio, pubblicato presso la Storia dell’Italia repubblicana, edita da Einaudi, col titolo Una democrazia a rischio. Per definire il centrismo, cioè i governi del ’48-53, Rossi riprende pari pari il vecchio saggio di Togliatti su De Gasperi, del ’55-56, quando su Rinascita definiva quella italiana «Una democrazia che scivola verso la reazione», e la riforma della legge elettorale in senso maggioritario «legge truffa».
È questo che pensano il collega Luzzatto e il direttore del Corriere quando evocano i governi che fino al ’53 ebbero alla testa De Gasperi? E ritengono sul serio, come Rossi, che il programma economico e sociale per il quale i governi Truman, Eisenhower ecc. versarono centinaia di miliardi corrispondesse a un disegno conservatore e non di innovazione, sviluppo e riforme? Al Corriere dovrebbero chiedersi se non sia cresciuta in questi anni una reazione di massa al modo in cui sono stati scritti i testi delle scuole medie e dell’università. Milioni e milioni di copie in cui, dal ’46 a oggi (o quasi) si negava che la Resistenza fosse stata una guerra civile. Si metteva in ombra l’apporto decisivo dell’esercito alleato alla nostra liberazione. Si attribuiva un carattere di massa e una sorta di autosufficienza all’azione dei movimento partigiano. La Resistenza fu un fenomeno altamente minoritario, anche se alle sue élite dobbiamo il ritorno del nostro Paese alla libertà e la redazione della Costituzione che ha consentito di disciplinare dentro lo Stato di diritto, di impianto liberal-democratico, i conflitti sociali e le domande anche più radicali di cambiamento.
Nelle descrizioni del dopoguerra dominanti nella nostra storiografia spesso si ritrova un Paese inventato. Per questo non solo gli ex fascisti, ma anche i lettori comuni fanno la fila a comprare libri di Pansa e Vespa e lasciano sui banchetti quelli degli accademici che hanno lentamente coltivato una versione anti-rettorica della Resistenza. Non si tratta di gente, come crede Luzzatto, che ha in uggia la cultura e gli uomini dell’antifascismo. Più semplicemente hanno imparato a diffidare di esso quando invece di legittimare come altamente democratico l’anticomunismo si sono resi conto che l’Italia è il solo Paese in cui, come scrisse una volta Lucio Lombardo Radice in un pamphlet del 1947 per Einaudi dal titolo emblematico, Fascismo e anticomunismo, il fascismo poteva essere solo anticomunista.
In tutta l’Europa è successo il contrario.