I tanti padroni di Arlecchino

Stefania Craxi

«Arlecchino servo di due padroni» è una commedia che continua ad avere successo nei teatri milanesi. Questa volta, purtroppo, la commedia è andata in scena sul palcoscenico nazionale con il ridanciano Prodi, nelle vesti di un Arlecchino in versione emiliana-bergamasca, e il suo governo, che non ha nulla da invidiare al vestito a toppe della celebre maschera. Se il fondo dei pantaloni e la casacca se li sono aggiudicati Ds e Margherita, con nove ministri i primi e sei i secondi, c'è la toppa Mastella alla Giustizia, quella di Pecoraro Scanio all'Ambiente (non si aprirà più un cantiere), quella dello sconosciuto Bianchi ai trasporti e quella dell'Italia dei Valori, della Rosa nel Pugno, dei Comunisti italiani e così via. Erano in tredici alle consultazioni al Quirinale: un ministero ciascuno per non far male a nessuno. Ministeri sdoppiati per far posto alle tante esigenze, con prevedibili, inevitabili conflitti di competenza. Il tutto nell'attesa di una manciata di viceministri e di un plotone di sottosegretari che si annunciano con la cifra record di 60/70.
Quanto ai due padroni dell'arlecchinata c'è solo da scegliere. Possono essere, di volta in volta, la Confindustria e la Cgil, D'Alema e Rutelli, il Papa e Bertinotti, i tecnocrati dell'Ue e il ragionierismo operaio delle estreme sinistre.
Per quanto tempo potrà andare avanti una simile armata Brancaleone, che al Senato si regge sulle stampelle dei senatori a vita, è un indovinello che appassiona la stampa italiana. «Più sinistra che centro» piagnucolava ieri il Corriere della Sera, quasi un accorato «mea culpa» per quello sconsiderato appoggio a sinistra sanzionato con tanto di editoriale a firma del direttore Paolo Mieli, scritto quando la vittoria dell'Unione appariva certa.
Io non mi avventuro in pronostici, ma una cosa è certa. Se la Casa delle Libertà rimarrà salda e unita, se a Prodi non arriverà qualche soccorso bianco, nero o azzurro che sia, i suoi giorni, o almeno i suoi mesi, saranno contati.
Mi preoccupano le parole dette a Ballarò da Casini, che temo voglia imprimere alla sua Udc un nuovo corso folliniano. Non tanto l'ingenerosa immagine di Berlusconi (un generale sconfitto che cerca responsabilità altrui) che è l'esatto capovolgimento della realtà di cui proprio l'Udc è stata protagonista, quanto le parole usate per la prospettiva del partito unico. Casini ha detto sì a «un partito degli italiani moderati» ma ha aggiunto che «se dovesse nascere adesso, con la bacchetta magica di Berlusconi, allora non ci interesserebbe».
Casini sbaglia se ricomincerà la litania contro Berlusconi e sogna se pensa di levarsi di torno la sua leadership. Ma sbaglia ancora più gravemente quando si dice disponibile solo per un partito di moderati.
Casini vuole un partito di moderati in una Italia dove perfino il mondo del calcio è corrotto fino alle radici? Un partito moderato in un Paese dove i magistrati tengono quattro mesi in carcere Fiorani, non lasciano più andare Ricucci ma nemmeno interrogano Gnutti e Consorte, le vere anime delle famose scalate? Un partito moderato in un Paese dove una delle più grandi aziende nazionali, la Telecom, che vive con le bollette pagate dai cittadini, ha la sfacciataggine di occupare pagine e pagine dei maggiori giornali nazionali per vantarsi di avere in un anno ridotto di 10 miliardi di euro l'indebitamento, di aver pagato gli interessi sul residuo debito di 39 miliardi, di aver destinato 3 miliardi, sempre di euro, agli azionisti e non ricordo quanti altri miliardi di accantonamento.
Ma come ha fatto la Telecom a guadagnare tutti questi soldi? Le sue tariffe - le più esose d'Italia - sono fissate da una Authority: non è una buffonata? E sempre a proposito della Telecom, quando D'Alema, allora Presidente del Consiglio, l'ha semiregalata al sig. Colaninno, non era affatto indebitata. I debiti sono stati fatti prima che Telecom fosse venduta a Tronchetti Provera. Dove sono finiti tutti quei soldi? La magistratura, che ormai si occupa di tutto, perché non dà un'occhiata? È in questa Italia degli scandali, dei misteri e delle sopraffazioni che Casini propone la ricetta del partito dei moderati, cioè del partito che prende i calci negli stinchi quando non è connivente con gli intrallazzi. No, l'Italia ha bisogno di un partito che riformi, che porti avanti con più lena, con più coraggio, con più convinzione l'opera avviata da Berlusconi. Un partito che oggi sia capace di opporsi con fermezza e intransigenza al conservatorismo e al controriformismo della sinistra. Guardiamo alla politica nella sua realtà e non illudiamoci che sia diversa da quella che è.