I telefoni bianchi tornano a squillare

Convegni, retrospettive, saggi critici: i film degli anni Trenta rivisti&«corretti». Il cinema del Duce non fu solo propaganda...

Battuti dai film iraniani e cinesi negli incassi a Parigi, i residui film italiani filtrano dai confini come bagliori d’un tramonto. Ma perdere mollemente ciò che s’era conquistato duramente fa almeno capire quanto ciò fosse prezioso e così fioccano le rivalutazioni. C’è stata quella del cinema «di genere» - anche del più corrivo - degli anni Settanta, alla quale s’è dedicata la Mostra di Venezia nel 2004; nel 2006 ci sarà il convegno alla Cineteca nazionale di Roma, dedicato agli anni Trenta e Quaranta. Intanto molti film di allora tornano disponibili nei dvd della Rhv: da ultimi i classici di Camerini, fra i quali Gli uomini, che mascalzoni e Il signor Max, entrambi con De Sica sr., e quelli di Bonnard, come Avanti c’è posto e Campo dei Fiori, entrambi con Fabrizi. Perfino le colonne sonore più suggestive echeggiano - accompagnate da fascinosi fruscii - nei cd della ViViMusica.
Stagionale, perciò normale rivisitazione? Sì, ora però c’è anche reinterpretazione. La fa la saggistica, evocando oggi con rispetto un’era irrisa nell’interminabile dopoguerra. Recentemente è venuta anche la sanzione di Monicelli, che negli anni Trenta cominciava la carriera e ormai li definisce «il periodo migliore del nostro cinema» (Il Giornale, 22 novembre 2004; Corriere della Sera, 4 marzo 2005). Se presto è venuto il memoriale definitivo, Il cinema di Luigi Freddi (riedito da Gremese nel 1994), resta da scrivere il saggio definitivo. Il cinema fra le due guerre attende ancora il suo De Felice.
Intanto Alberto Rosselli e Bruno Pampaloni offrono un corretto, distaccato, lucido quadro d’insieme, Il ventennio in celluloide (Settimo Sigillo), della sua dimensione mediatico-politica; Natalia Marino ed Emanuele Valerio Marino, con L’Ovra a Cinecittà (Bollati Boringhieri), raccontano i risvolti polizieschi del divismo. Infatti una grande industria cinematografica ha funzioni e strascichi di ogni tipo. S’è parlato di fabbrica del consenso, ma orientare il pubblico («Il cinema è l’arma più forte», proclamava Mussolini mettendo la prima pietra di Cinecittà) era meno ambito che svagarlo. E si capisce, con gli effetti della Grande depressione. E poi, col Duce dal balcone, il Divo dello schermo a un’italiana mancava meno che a un’americana.
Nelle opere di Rosselli&Pampaloni e di Marino&Marino il più interessante è il non-detto, perché i loro saggi partono dal tacito presupposto dell’eccezionalità del periodo (totalitarismo, guerre internazionali, guerra civile) - fin qui nulla di nuovo - e giungono alla più o meno esplicita conclusione che il cinema di allora rispecchiava eminentemente il passaggio dalla comunità alla società: i valori rurali cedevano ai prezzi urbani; la famiglia tradizionale alla famiglia nucleare; i costumi cattolico-borghesi alle ipocrisie borghesi-cattoliche, invano contrastate dalle aspirazioni eroiche di alcuni intellettuali.
Formatisi in epoca fascista, Fellini (allora umorista del Marc’Aurelio e sceneggiatore) e Antonioni (allora critico del Corriere padano, quotidiano di Balbo) in epoca democristiana sarebbero stati cantori della svolta, talora compiaciuti, talora desolati; De Santis e Lizzani (allora critici del settimanale cinematografico di Vittorio Mussolini) avrebbero colto invece subito, col cadavere del fascismo che si muoveva ancora, i rischi della metamorfosi: già i loro primi film, oltre mezzo secolo fa, erano all’insegna del «Quest’Italia non ci piace!». Emuli di Prezzolini? Neoluddisti? Spartachisti spartani? Professionisti dell’antibenessere? In realtà sensibili, prima di Pasolini, che il culmine dell’ascesa della loro industria culturale annunciava il declino nazionale. Calava la tensione sociale, ed era una necessità, ma con essa calavano la tensione politica e quella morale. Più realisti, altri cineasti - conservatori come Steno e Risi, mobilitatori come Lattuada e Monicelli - prendevano l’Italia come veniva. E comunque era ancora una signora Italia quella di Togliatti e Andreotti, Mattei e Mattioli. Occorre un’angolazione antropologica, non una aneddotica, per riesaminare il cinema di ieri e rianimare quello di oggi. Essi hanno abbastanza in comune nella loro fine, stabilita dal loro inizio nella fase del sonoro, venendo l’uno come l’altro da un Paese troppo debole per imporre la sua lingua al mondo e troppo forte per farsene imporre un’altra. Lo stratagemma del doppiaggio, che ha tanto favorito Hollywood, è diventato un baluardo contro l’anglofonia.
Si beffava il cinema di ieri per i telefoni bianchi; si beffa quello di oggi per i telefonini neri. Ieri nei film mancava la rabbia (neorealismo rosa)? Oggi nei film c’è la rassegnazione dei pasoliniani. E i tavianei - nel senso dei fratelli - si sono ridotti a morettini. Dunque nel 2066 ci saranno autori che si chineranno su questo cinema italiano del 2006 e che, come Rosselli&Pampaloni, lo racconteranno come autobiografia della nazione? O che, come i Marino, dedurranno dai rapporti del Sisde o della Dia, trovati in qualche faldone, che nel 2006 aleggiava sulla nazione un clima delatorio?
Infatti, se Rosselli&Pampaloni privilegiano la panoramica e il contesto socio-storico sull’estetica e sull’economia (incassi), terreno per un’ulteriore ricerca, Marino&Marino si tuffano nel sottobosco dei pettegolezzi sulla Abba e sulla Ferida (per dire due nomi) senza correlare carriere e traversie, dando per scontato che sappia farlo il lettore; inoltre non spiegano mai che sempre e ovunque le polizie controllano le cinematografie e, in generale, le celebrità: solite a frequentazioni importanti, al denaro facile, alle trasgressioni, ai viaggi, sono ideale terreno di cultura per delinquenza organizzata e spie, come ricorda anche il film Confessioni di una mente pericolosa di George Clooney (2002). Quanto all’infiltrazione dell’Fbi a Hollywood, ha offerto casi atroci, dalla «caccia alle streghe» ai suicidi indotti di Marilyn Monroe (troppo legata al presidente John Kennedy e a suo fratello Robert, ministro della Giustizia) e Jean Seberg (troppo legata a un capo delle Pantere nere). In fondo, da noi si sono fatti veramente male solo la Ferida e Valenti, oltre a Marcuzzo della viscontiana Ossessione. E nessuno di loro per mano poliziesca.
Il libro Il ventennio in celluloide sarà presentato sabato 28 gennaio a Genova a Palazzo Ducale da Claudio G. Fava e Aldo Viganò, con un dibattito sul cinema italiano.