I terroristi degli anni ’70 ci volevano felici. Di morire

Che cos’è un bisogno «vero»? Che cos’è un bisogno «falso»? Questo bisogna chiederlo all’onorevole Luigi Manconi, che discorrendo, in un’intervista sulla Stampa, di un libro sugli Anni di piombo di una sua cara compagna di lotte e di governi (la signora Lucia Annunziata), ci ha voluto ricordare che dietro la violenza di quegli anni c’erano, per l’appunto «bisogni veri». Ma forse non lo sa nemmeno lui, visto che ha evitato con cura di ricordarci quali fossero i veri bisogni che spinsero in quegli anni tanti bravi giovanetti come lui a civettare con la violenza. Ragion per cui ci affrettiamo a ricordargliene almeno tre, assegnando a ognuno di essi il nome che gli spetta.
Gregarismo autoritario: questo bisogno si espresse nello stile armentizio della loro esistenza gruppettara, che fin dal principio, come quella di ogni mandria che si rispetti, si rivelò fondata sul sogno di un mondo diviso in capetti e gregari. Angelismo sterminatore: ossia bisogno di credersi, in quanto Angeli della Luce, votati a un’impresa di rigenerazione universale, e per ciò stesso obbligati a impegnarsi, sperando e sparando, in una zuffa estrema e micidiale con gli Angeli delle Tenebre, nel che si esprimeva il sentimento, per l’appunto angelico, di chi non sapendo far niente vorrebbe distruggere tutto. Innocentismo assoluto: bisogno di immaginare che nessuno abbia mai colpa di niente; giacché la colpa è sempre di qualcun altro, anzi di qualcos'altro: del sistema, della società, della famiglia; il che tuttavia non impedì loro di accoppare parecchi innocenti da loro promossi al rango di nemici di classe.
Da questi tre bisogni possiamo agevolmente dedurre che ognuno di quei cherubini entrò sul palcoscenico politico e sociale di quegli anni con una scarsella di sentimenti e di idee riassumibili in questo monologo interiore: «Sono insoddisfatto e infelice. Ma La colpa non è certo mia. È della società, che fa schifo, mentre io sono un drago intellettuale, sentimentale e morale. Da tutta questa merda urge dunque salvarsi. Non certo grazie a un redentore celeste, ma per opera e virtù di un redentorino terrestre, ossia del sottoscritto contestatore globale. Per trarre me stesso e tutto il genere umano fuori da questo schifo di mondi capitalistico basterà insomma cambiare l’ordine delle cose sociali mediante un processo storico-politico che a furia di scosse e convulsioni determinerà l’emersione di un mondo buono dalla merda di quello cattivo. La mia salvezza, la salvezza di tutti i disgraziati come me, la salvezza dell’intera umanità, dipendono dunque anche da me – e da tutti i cherubini come me. Ho pertanto il dovere di trovare – e di incominciare ad applicare – la formula atta a generare questo mutamento portentoso, ossia la ricetta della famosa torta “Paradiso in Terra”».
Questo ridicolo miraggio trovò il suo principale profeta in un sessantottino che continua a sognarlo ancora oggi. Trattasi di Toni Negri, che in un suo celebre libro (Il comunismo e la guerra) annunciò appunto l’avvento di un’era basata su «un lavoro scientifico politicamente motivato e immediatamente collegato alla produzione di felicità per tutti». Il vero grande bisogno di quei ragazzi fu insomma quello di farci tutti felici. Anche a costo di accopparci tutti.
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