I tre falsi eroi di Iwo Jima esibiti per finanziare la guerra

Nel crudo «Flags of Our Father» Clint Eastwood rievoca la conquista americana dell’isola giapponese e ricostruisce l’inganno della storica foto del 1945

Maurizio Cabona

Nessuno più dei guerrieri odia la guerra, ama ricordare Clint Eastwood. Lo spiegava già il suo capolavoro, Gunny; vent'anni dopo, lo ripete Flags of Our Fathers («Bandiere dei nostri padri»), in uscita venerdì prossimo e film di apertura al prossimo Festival di Torino. È cambiata - senza accorgersene - la cinefilia italiana, se adotta un film come questo, che è non ha l'orgoglio della codardia, ma il rammarico del mancato eroismo...
Eastwood era un adolescente alto 1 metro e 94 quando i quotidiani degli Stati Uniti pubblicarono la foto di Joe Rosenthal destinata a diventare storica. Era l'inizio del 1945 ed Iwo Jima era la prima isola giapponese conquistata dagli americani: sei militari avevano alzato la bandiera a stelle e strisce sul monte Suribachi.
Nasceva una leggenda, in tutti i sensi. Infatti ad aver alzato la bandiera, una volta conquistata la modesta cima, non erano esattamente i sei della foto. Quella era una ricostruzione ad hoc, proprio come tante altre foto che sono finite sui libri di storia: dal miliziano colpito nella guerra di Spagna alla bandiera rossa sul tetto del Reichstag.
Peggio: tre dei sei «immortalati» erano ben morti, caduti nei giorni seguenti, perché la conquista del monte Suribachi non era stata la conquista dell'isola, che sarebbe venuta più tardi. In totale, quindicimila fra morti e feriti nelle truppe d'invasione, le perdite più pesanti mai avute dagli statunitensi in un'unica battaglia.
Quelli che l'America ufficiale chiamava «eroi», dunque non erano tali. Il caso, non il valore, li aveva voluti lì, mentre la realtà cedeva il passo al mito. Ma eroi dovevano apparire egualmente, per due ragioni: era intanto morto anche il presidente Roosevelt e il successore, Truman, era molto meno carismatico; e soprattutto tre anni di guerra avevano dissanguato l'erario. Occorrevano perciò propagandisti efficaci per il nuovo prestito pubblico, che finanziasse - prima della fine la guerra in Europa e del connesso calo di tensione popolare - l'invasione del Giappone. Per essa si prevedevano perdite dell'ordine di un milione di militari americani...
Al prezzo di circa duecentomila civili giapponesi, due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki chiusero invece il conflitto in agosto. In maggio, alla resa della Germania, le offerte di resa del Giappone - via Mosca - erano perciò state lasciate cadere: per disporre di un poligono di tiro che non lasciasse dubbi sull'efficacia della nuova, terribile arma. Il messaggio ovviamente non era più per i nemici di ieri, ma per quelli di domani: i sovietici.
Detto chiaramente o diagonalmente, c'è tutto questo in Flags of Our Fathers, che è un vero film di Eastwood, sebbene il co-produttore sia Steven Spielberg, uno che non si astiene dal dare consigli. Perciò andate a vederlo sereni: non è il rifacimento sul Pacifico di Salvate il soldato Ryan, sebbene Barry Pepper, uno degli interpreti, venga da lì. Rispetto al progressista ebreo Spielberg, il conservatore wasp Eastwood non deve infatti dimostrare il suo patriottismo a suon di retorica. No, con Flags of Our Fathers siamo caso mai dalle parti della Sottile linea rossa di Terrence Malick (1998), sulla battaglia di Guadalcanal: ventose solennità in meno, espliciti orrori in più. Anche questi Eastwood può permetterseli, perché Flags of Our Fathers sarà seguito da Letters of Our Fathers, che mostrerà la battaglia di Iwo Jima da parte giapponese, bilanciando il conto dei crimini di guerra.
Resta la questione implicita in ogni film bellico di oggi, paragonato ai film bellici di ieri, così pudici con la morte: quella del realismo. Eastwood la risolve mostrando arti e teste amputate, ventri squarciati, corpi arsi. Senza compiacimento. Usciti da tutto questo, i reduci - dice Eastwood come il libro di James Bradley (Bur), figlio di uno di loro - non si sentono eroi e non vogliono parlare. Eppure devono atteggiarsi a eroi e parlare per trovare soldi. Onde altri uccidano e altri muoiano.