I visionari della pace

Basta unire i puntini e il disegno si mostra; appare una realtà conturbante ma indispensabile da guardare senza l’involucro concettuale dorato di questa Pasqua. Dentro l’uovo mediorientale c’è tutt’altro che il sorriso del gatto coi topi inglesi stampato sulla faccia di Ahmadinejad, tutt’altro che il «piano di pace» saudita, che la riducibilità della Siria, degli Hezbollah e di Hamas. C’è invece la politica occidentale che galleggia in trucioli sulla schiuma dell’ondata jihadista, abbagliata dalla speranza. Dunque, componiamo il disegno.
Portata a casa l’umiliazione dell’Occidente ottenuta con il rapimento e la liberazione-regalo per gli amici inglesi, Ahmadinejad torna alle cose serie: a Natanz, ha annunciato ieri, siamo in grado di produrre carburante nucleare «su scala industriale», ovvero abbiamo espanso il programma vietato dall’Onu con due risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. «Entriamo nella fase della produzione di massa», ha comunicato il presidente iraniano, senza specificare il numero delle centrifughe che entrano in azione. Si parla di 3000 approntate a Natanz, un bel po’ di più delle 164 di cui si sapeva fino ad oggi, molto meno delle decine di migliaia atte a produrre la bomba atomica, cosa che secondo Amos Yadlin, capo dei servizi militari israeliani, non si realizzerà prima del 2010. La spalla nella parte del buono, il consueto Ali Larjani, capo negoziatore nucleare, ha detto che ora, forte delle sue centrifughe nuove, l’Iran potrà negoziare faccia a faccia con l’Occidente.
Domenica Hassan Nasrallah aveva annunciato che finché il Libano non è in grado di difendersi da solo, egli terrà gli Hezbollah in armi per difendere il Paese «contro gli attacchi di Israele». È la reazione dura a un incontro fra Nabih Berri, il presidente filosiriano del Parlamento, che tiene per la riforma che consentirebbe all’opposizione (ovvero agli Hezbollah) il diritto di veto, e Saad Hariri, che rappresenta all’incontro la coalizione governativa guidata da Fuad Seniora, e dice di no alle dimissioni e alle concessioni. L’incontro fallisce. Nasrallah quindi nel suo discorso dice che il Paese non è garantito e che Hezbollah lo difenderà. Già dal primo dicembre, il Segretario generale del movimento sciita ha lanciato manifestazioni e scontri di piazza per far dimettere Seniora minacciando una guerra civile come quella che ebbe luogo dal ’75 al ’90.
Attenzione: qui viene lo snodo. La settimana scorsa sembrava imminente una conferenza sponsorizzata dall’Arabia Saudita fra i leader libanesi antagonisti. Anzi, era stata annunciata. I sauditi vi avrebbero, sembrava, rinnovato i fasti dell’incontro della Mecca in cui avevano messo d’accordo Fatah (Abu Mazen) e Hamas per un governo di coalizione. Ma d’un tratto, Fuad Seniora, il Primo ministro antisiriano e antiraniano, nonostante le sue molte prudenze nei confronti degli Hezbollah, ha detto che per lui non va bene: il Paese deve trovare le sue soluzioni prima di andare dall’Arabia Saudita.
Che cosa è successo? Non aveva tutto da guadagnare Seniora da quella stessa Arabia Saudita moderata che aveva appena ripresentato a Ryad il suo «piano di pace» che gli americani, con qualche variazione, vedono come un possibile terreno di pacificazione fra Israele e i Palestinesi e di affermazione di quella coalizione sunnita moderata che deve costituire una diga contro l’egemonia sciita iraniana?
Secondo noi, il punto è che il prudente Seniora ha temuto proprio il bis di quello che era successo fra i palestinesi: i sauditi si sono infatti accorti alla Mecca che Hamas non poteva essere strappato all’Iran, che strappargli Hamas avrebbe molto irritato Teheran, che l’Iran ha una forte determinazione e potenza militare con cui trovare un terreno di dialogo. Così, il re Abdullah ha consentito un accordo in cui Hamas ha vinto conservando la condanna a morte dello Stato d’Israele e la scelta del terrorismo e imponendo queste condizioni a Abu Mazen, che pure la pensa diversamente. A Ryad poi, la proposta saudita di fatto proponeva non un accordo di pace, ma un terreno impossibile per Israele negando la risoluzione 242 dell’Onu con la richiesta del rientro nei confini del ’67, e riproponendo l’impossibile ritorno dei quasi 5 milioni di profughi. La proposta è stata accompagnata a Ryad da una minaccia di guerra inaspettata anche da Condy Rice che chiedeva modifiche senza ottenerle. A queste minacce si è unita la cancellazione di una cena di gala del re Abdullah alla Casa Bianca, che avrebbe dovuto aver luogo in questi giorni. È evidente che è intenzione dei sauditi occuparsi soprattutto dei propri rapporti con l’Iran, molto di più che non della pace. Un fronte moderato direttamente antagonista all’Iran come quello che sognano gli americani non sembra prendere dunque forma. L’appeasement si propone anche sul fronte arabo interno e, intanto, sarà una coincidenza?, una grande vendita di armi americane ai Sauditi e ad altri alleati del Golfo per ora non va avanti.
Nel frattempo, mentre Nancy Pelosi si è avventurata temerariamente in casa di Assad di Siria (che aveva fatto sapere che la proposta di Olmert per un incontro fra Israele e gli Stati Arabi non gli interessa) la Francia ha fatto circolare la bozza di un documento da presentare al Consiglio di Sicurezza che esprima preoccupazione e condanna per il passaggio illegale di armi attraverso il confine siriano-libanese. Di nuovo gli arsenali degli Hezbollah sono pieni di missili iraniani e occorre, dicono i francesi, autorizzare una nuova missione di verifica. L’Unifil non ha fermato gli Hezbollah, il Libano è a rischio, la Siria aiuta Nasrallah, gli iraniani lo ritengono un’arma strategica fondamentale.
Chi dunque immagina coalizioni di moderati, prospettive di pace all’orizzonte, chi immagina che i sunniti saranno il bastione dell’Occidente, che il loro piano di pace sia flessibile, che i Siriani cerchino la pace, che Hamas sarà Fatah e diventerà possibilista, che l’Iran tratterà sul nucleare e anche che Al Qaida sarà così gentile da tenere la testa bassa ancora per un po’, che la prossima conferenza di Sharm el Sheikh sull’Irak convinca l’Iran e la Siria a starsene fuori... devono tutti fare i conti con la forza saliente con cui il Medio Oriente ha a che fare oggi, la ventata jihadista cui anche i regimi sunniti devono pagare pegno e in cui l’Iran giuoca un ruolo indispensabile. Fin quando l’Arabia Saudita non deciderà di giocarsela in maniera più diretta considerando il pericolo iraniano incombente su tutto il Medio Oriente. Per noi, unendo i puntini, si vedono attentati e rapimenti su un fronte allargato, a meno che non lo si contenga con sanzioni, severità, decisione.
Fiamma Nirenstein