Ian McEwan e il pensiero in scala ridotta

Anche quando i suoi libri non si possono dire riusciti, lo scrittore inglese Ian McEwan riesce sempre intrigante per la capacità di condurre il lettore - specie quello consueto al gioco dell’ironia - dritto al cuore di situazioni complesse. Difficilmente il suo romanzo Sabato (Einaudi, pagg. 290, euro 17,50, traduzione di Susanna Basso) passerà alla storia come un capolavoro. Troppo sentenzioso, troppo imbalsamati i personaggi, troppo insistente il sospetto - nonostante l’ironia che compare qua e là dietro l’ordito fittissimo - che si tratti quasi sempre di questioni di secondaria importanza. Per decine, centinaia di pagine McEwan entra nella testa di un uomo di modesta levatura, un neurochirurgo che ascolta Mozart, ha la Mercedes 500 e due figli giovani eppure già baciati come lui dal Successo: un uomo le cui idee non si sollevano oltre la cappa delle sue conoscenze professionali, che generano molti giudizi presuntuosi. Le sue preoccupazioni sullo stato del mondo non incantano nessuno: il vero problema di questo medico è di salvaguardare quanto ha accumulato, in termini di affetti, cose, e anche in termini di amor proprio. Una volta rotto un certo equilibrio, lo vediamo affannarsi per ripristinarlo. McEwan segue il suo personaggio passo passo, come un detective ironico, e si diverte, qua e là, a segnare - ma senza calcare la mano, mantenendoli dunque ai margini del campo visivo - piccoli precipizi. Piccoli ma veri. Chiuso il libro, quei precipizi sono ciò che resta. Su uno di questi vorremmo soffermarci. Lo troviamo a pagina 40, per bocca del figlio del protagonista. «Quando ci ostiniamo a occuparci dei massimi sistemi, della situazione politica, del surriscaldamento dell’atmosfera, della povertà nel mondo, sembra tutto tremendo, senza possibilità di recupero, senza la minima prospettiva. Se invece ridimensiono il pensiero, avvicino lo sguardo - concentrandomi, che so, sulla ragazza appena conosciuta (...) o la giornata di snowboard il mese prossimo -, diventa tutto bellissimo. Perciò d’ora in poi il mio motto sarà: solo pensieri su scala ridotta». Il padre non sembra preoccupato del fatto che questo figlio diciottenne, chitarrista rock di successo, nel ravvicinare lo sguardo (stornandolo dalle brutture del mondo) veda solo cose belle. Pensa alla povertà nel mondo, ma non vede i poveri lì, a due passi: possibile? Epicureo? No, perché quella epicurea è pur sempre una ricerca attiva della felicità (che consiste nella fuga da ogni dolore) mentre per quel ragazzo la possibilità di nutrire pensieri positivi gli viene garantita da una posizione sociale di privilegio. Ma l’aspetto più interessante sta nella prima parte del dilemma: lo sguardo ampio, i massimi sistemi. Il ragazzo li legge tutti in termini di spazio, di geografia, mentre il tempo e la storia latitano completamente. Lo stato delle cose è disperato. C’è il disastro ecologico, c’è il terrorismo islamico, c’è la miseria. Ma la vera disperazione sta nella conseguenza di tutto ciò, implicita ma presente a lettere cubitali: in questo mondo non c’è nessuno spazio per me, io non conto nulla. In altre parole: è l’estromissione dell’io dalla storia. Ripenso al mio amico Claudio Magris, che sostiene una tesi simile ma opposta. È vero che su ogni fatto si danno due possibili punti di vista inconciliabili, ma secondo un segno differente: è proprio nella «scala ridotta», che è la dimensione nella quale ogni evento ci si presenta, che si annida la radice della sofferenza irredimibile; mentre nella prospettiva storica il male si stempera fino a lasciar intravedere linee più ampie e morbide. La morte in croce di Cristo viene descritta come un evento tragico, e se è vero che da questo evento nasce la salvezza cristiana, ciò non cancella la pura tragedia del fatto in sé. Nessuno dei due elementi può sopprimere l’altro. La differenza tra Magris e il mite giovinetto di McEwan sta in questo, che Magris mantiene una concezione della storia nella quale l’io ha un posto. Basta leggere il suo recente, grande romanzo Alla cieca (Garzanti) per rendersene conto. Nessun grande ideale può giustificare una tragedia personale, ma nessuna tragedia personale può strapparci la curiosità, magari demente, verso una vita che procede oltre il dolore, e nella quale l’ideale continua a produrre i suoi imprevedibili effetti. Da queste letture il pensiero degli autori ritorna a noi in forma di domanda drammatica. Può la persona umana, l’io, tornare a sfidare la storia? O dovremo rassegnarci ai conflitti di civiltà?