Le idee di don Benedetto spaventavano Togliatti Così il Pci oscurò Croce

Il pensiero di Croce faceva troppa paura a Togliatti, che demonizzò il filosofo (antifascista...). Il
suo richiamo alla libertà era persino peggio del cattolicesimo. Uno
studio su come il marxismo censurò l’intellettuale

Una vera e propria congiura del silenzio, è quella che colpì Benedetto Croce, padre nobile della cultura liberale e insieme a Giovanni Gentile il più grande filosofo italiano del Novecento. Un oscuramento che iniziò nell’immediato dopoguerra e che si protrasse fino oltre la sua morte, dal 1952, anno della scomparsa, fino agli anni Ottanta. A decretarla, il Partito comunista italiano e l’apparato egemonico di cui Botteghe Oscure disponeva nella cultura italiana. L’atto di scomunica fu l’intervento che Palmiro Togliatti pronunciò all’Assemblea costituente il 27 marzo del 1947, quando in perfetto stile stalinista avvertì: «Vorrei dire, dell’onorevole Benedetto Croce, che è passato in quest’aula come un’ombra, l’ombra di un passato molto lontano!». Un anatema che non tardò a trasformarsi in atti concreti, i comunisti temevano le idee di Croce molto più del pensiero cattolico, il suo metodo liberale fu giudicato pericoloso, soprattutto quel richiamo alla libertà dell’individuo che rifugge da principi assoluti. Croce e il metodo liberale (Libro Aperto ed., pagg. 158, euro 15) è il saggio di Ernesto Paolozzi, riconosciuto studioso del pensiero crociano, che scandaglia proprio quel valore della libertà affermato dal filosofo abruzzese. Un testo che spiega bene perché il liberalismo metodologico crociano faceva paura alla sinistra comunista.
Palmiro Togliatti appena tornato in Italia, dopo un lungo esilio, palesò subito due fobie: una per Amadeo Bordiga, l’ingegnere napoletano che era stato segretario del Pci e che temeva potesse insidiargli la leadership (gli fu rivolta l’accusa, assolutamente falsa, di collaborazionismo col fascismo), l’altro era Croce, con quelle «fastidiose» idee di libertà e sull’autocoscienza dei singoli.
Eppure, Benedetto Croce era stato un coraggioso interprete dell’antifascismo, colui che nel maggio del 1925, quando Mussolini si consolidava trionfalmente al potere, aveva promosso e pubblicato sul Mondo il «Manifesto degli intellettuali antifascisti». Un’iniziativa che contrastò con l’atteggiamento di quei tanti intellettuali che scrissero lettere deferenti al Duce e poi sarebbero diventati comunisti. Per Palmiro Togliatti diventa «don Benedetto», dove quel «don» suona come dispregiativo, la sostanza è ancora peggiore perché per il capo comunista il filosofo è colpevole di essersi «schierato con i tiranni che difendono un mondo che tra crisi spaventose va in rovina, contro uomini e popoli che operano per costruire un mondo nuovo».
L’attacco a Croce è contenuto addirittura nel primo numero della rivista Rinascita. È il primo di una lunga sequela e di fronte al loro ripetersi, a freddo e senza possibilità di repliche, il 31 dicembre 1945, Benedetto Croce, con il suo stile da galantuomo, ritenne di dover scrivere direttamente al segretario comunista: «Le dirò che provo un curioso effetto tra di meraviglia e di filosofico sorriso, nell’udirmi talvolta designare dai suoi come “reazionario” o anche “filofascista”. La modestia, il pudore, mi vieta di rammentare che io sono stato il più radicale, e con ciò sempre liberalissimo, rivoluzionario nella vita mentale e culturale d’Italia...».
Croce è tornato negli scaffali delle librerie solo negli anni Novanta, con le eleganti edizioni di Adelphi. La sua critica al marxismo, come rivela Paolozzi, era stata la più insidiosa, perché afferma con chiarezza che «i tragici eventi della vita» non sono riducibili in «una unica soluzione positiva», e sferra un pugno a una visione ideologica che afferma «un principio assoluto». Ed è curioso notare come l’antipatia comunista per Croce avesse radici molto lontane, fosse datata addirittura a prima dell’ascesa del fascismo, ai tempi della rivista torinese Ordine Nuovo, quando pur esprimendo apprezzamento per l’idealismo, il duo Gramsci-Togliatti preferiva Gentile a «don Benedetto».
Croce è «fastidioso» perché la sua filosofia nel tratto più politico individua una questione centrale per il futuro dell’Italia: non basta essere democratici, occorre che la democrazia sia anche liberale. Non solo, individua nel miscuglio fra cattolicesimo radicale e comunismo un pericolo per la libertà. «Il liberalismo - ricorda infatti Paolozzi - è considerato, come è noto, la dottrina che pone al centro della sua concezione della vita l’idea che l’individuo sia il fulcro della storia stessa, il termine ultimo verso il quale è necessario commisurare ogni altra attività umana. Da qui l’esaltazione della creatività dell’individuo, la difesa delle sue prerogative essenziali... la critica ad ogni forma di statalismo, di potere superindividuale che potrebbe conculcare la libertà individuale».