Idee napulitane

Basta con le lacrime sulla capitale del Sud ostaggio di crimine e munnezza. È l’ora di proposte innovative. Ecco quelle di chi la conosce bene: i suoi scrittori

Il ventre è diventato discarica, l’oro munnezza: Napoli è irredimibile? Ostaggio del crimine. Antistato. Gorgo che prima di sversare le contraddizioni d’Italia le spreme ancora un poco. Eppure mai come ora la città si offre e viene scrutata. Nel suo ombelico oscuro si insedierà il governo. Si girano film. Si scrivono libri, che vincono premi, che vendono milioni di copie. Napoli ha un’occasione. Bisognerebbe la sfruttasse, avesse idee nuove. Ne abbiamo chiesta qualcuna agli scrittori napoletani.
IL CALDO DÀ ALLA TESTA
Mentre ci risponde, il più giovane di tutti, Massimiliano Virgilio, 29 anni (Più male che altro, Rizzoli), chiude la finestra: «Lavoro sotto il centro direzionale e qui sotto adesso stanno bruciando cassonetti. Col caldo la gente impazzisce. Il problema è anche letterario: fino a ora le mani nel fango tra noi non le aveva messe nessuno. Siamo ancora fermi all’“approccio La Capria”, che cinquant’anni fa stava a guardare le guaglione che andavano al mare a Posillipo. Idee per Napoli? Ha presente la campagna “Munnezza a chi?”. È il Maggio culturale inventato da Bassolino: la situazione è talmente ridicola che suggerirei di aprire tutti i monumenti e sversare lì. Ai ministri che verranno sarebbe il caso di dire “benvenuti”, ma con scetticismo: il commissario straordinario di governo a Napoli esiste da 14 anni. Se il presidente del Consiglio riesce a fare qualcosa convincerà quelli che non lo hanno votato a votarlo per almeno altri dieci anni».
«Napoli è solo un’avanguardia di quello che verrà prima o poi anche altrove» spiega Giuseppe Montesano (Magic People, Feltrinelli, Napoli assediata, Pironti). «Distruzione dei legami sociali e affettivi sotto la sferza del dio del profitto; distacco della politica dai bisogni dei cittadini, cattiva amministrazione; menzogna mediatica. In un luogo debole come la Campania, tutto questo arriva più in fretta e produce più danni. Sul resto, su quelle che lei chiama “sensazioni” e “speranze” di uno che fa lo scrittore vivendo qui, non so che cosa dirle. Chi come me è rimasto in questi luoghi per una sorta di dissennato amore, ha poca voglia di parlare. Il futuro? Esiste solo se si ha il coraggio di guardare in faccia tutta intera la realtà e si smette di mentire. Le pare che stia accadendo questo? A me no».
LIBRI PERICOLOSI
«Napoli mangia tutto. Basta camminarci e già devi esprimere un parere, devi parlare con quella lingua» replica Antonio Pascale (Passa la bellezza, Einaudi, S’è fatta ora, minimum fax). «Gli scrittori napoletani parlano di continuo di rifiuti sui giornali locali, ma le testate grosse non li ospitano e la tribuna di riferimento per noi rimane il Corriere del Mezzogiorno. La camorra conserva una forte connotazione di simpatia perché spaccia i vizi degli italiani. E così Napoli non esiste più: è una categoria di comodo. Gli scrittori milanesi parlano forse del fenomeno della cocaina a Milano? Eppure nessuno se ne lamenta. Idee per Napoli? La chiamata in correità di tutto il Paese. Occuparsene nei libri è pericoloso: si fonda l’immaginario della munnezza».
Per Silvio Perrella, presidente della Fondazione Premio Napoli, proprio gli scrittori hanno un ruolo determinante: «Recuperare un linguaggio per nominare le cose, per intervenire su equazioni errate come Napoli uguale Bagdad. Se ora io dico che qui siamo vicino all’antro della Sibilla, mi si risponde: “Ma chi se ne frega, stiamo per essere sommersi dalla spazzatura”. Però o troviamo un linguaggio che ci permette di dire entrambe le cose, cioè “spazzatura” e “memoria”, o avremo distrutto anche come scrittori una città che ha dato vita all’Europa. Pensi a Castel Dell’Ovo: i cannoni sono ancora puntati verso la città. Ci fosse stata la Lega li avrebbe già puntati verso il mare in un’operazione simbolica. Napoli oggi è ancora vittima di se stessa».
DOPO IL PARADISO
«Alcuni anni fa - racconta Antonella Cilento (Nero napoletano, L’amore quello vero, Guanda) - scrissi per Sironi un libro che mi costò l’ostracismo di alcuni quotidiani cittadini e di un’intera società: Non è il paradiso. Non erano ancora i tempi di Gomorra e parlavo di camorra light, lo stile di vita che coinvolge tutti i napoletani, non solo quelli che delinquono, ma gli intellettuali, la piccola e media borghesia, la gente cosiddetta per bene. La città preferisce vivere nel passato, riprodurre una dimensione servile: colonia, popolo comandato a suon di festa, farina e forca, come dicevano i Borbone. Idee? L’anno scorso per Laterza ho scritto una guida sentimentale, Napoli sul mare luccica. La quantità di prodotti artistici, culturali, turistici che la città contiene dovrebbe dare da mangiare a tanta di quella gente da non consentire alcuno sviluppo negativo».
«Potrei rispondere: amministrazione, controllo, soluzione immediata dei problemi più urgenti; in una parola, governo» spiega Diego De Silva, candidato allo Strega con Non avevo capito niente (Einaudi). «Ma la realtà è che a Napoli serve molto di più. Soprattutto riprendersi se stessa, da sola. Smettere di aspettare che passi la nottata, di tirare a campare delegando la sopravvivenza ad altri che la capiscano, la miracolino, la condannino, la giustifichino, le spieghino chi è e che cosa deve fare».
PIZZA QUATTRO STAGIONI
Andrej Longo (Dieci, Adelphi, Più o meno alle tre, meridiano zero) scrittore e pizzaiolo, ha idee molto concrete: «Non solo cultura, polizia, magistratura, scuola, ma tutto insieme, coordinato da un “governo”. Con risultati che arriveranno almeno tra dieci anni. Non vedo gesti magici, tranne la guerra. Bisogna educare la gente, invece: fare su questo pubblicità, magari in tv. La differenziata i napoletani non la sanno fare. Bisognerebbe partire da un comune campione, installare le attrezzature, far intravedere i vantaggi anche agli altri e poi allargare la campagna a macchia d’olio».
Benedetta Craveri (Maria Antonietta e lo scandalo della collana, Adelphi), nipote di Benedetto Croce e perciò legata a Napoli anche per Storia, si chiama fuori: «La domanda mi fa molta rabbia e perciò voglio essere chiara: qui la cultura non c’entra, ciò che poteva fare per sensibilizzare l’opinione pubblica lo ha già fatto. Gli unici che hanno la responsabilità di questa situazione e il dovere di risolverla al più presto sono le istituzioni: prima di tutto il sindaco. Poi il presidente della Regione. E naturalmente il governo».