Le idee non si combattono con la galera

La condanna a tre anni di reclusione dello storico negazionista Irving mi lascia perplesso. Dove va a finire il diritto alla libertà di pensiero e di espressione?


So che al dichiararlo ci si espone alla accusa di antisemitismo, ma avendo – carta canta – su quella questione spalle robuste, corro il rischio: la sentenza di Vienna mi sconcerta. Anzi, no, per essere davvero sinceri mi sgomenta. La condanna di David Irving ci ripiomba indietro di secoli, con l’auto da fé dello storico nei panni di Galileo e con il giudice Peter Liebreteu in quelli di San Roberto Bellarmino. Poco importa che Irving abbia torto e Galileo avesse ragione. Il sistema inquisitorio e il principio sono i medesimi: ti è proibito sostenere una tesi che contrasta con quella canonica. Se ci pensa bene, caro Sensi, sono lo stesso sistema e lo stesso principio applicati con la fatwa islamica, dove le vignette stanno ai libri di Irving del quale, avendo letto un paio dei suoi libri, sarei complice e pertanto colpevole. E ciò per aver voluto conoscere – di prima mano, non in base al sentito dire - cosa sia e come viene argomentato il negazionismo. «Colpevole di avere falsificato la storia», questo è il giudizio espresso da Liebreteu nella sua requisitoria. Vengono i brividi perché dalla negazione dell’Olocausto, reato circostanziato e disciplinato dal Codice austriaco, il Tribunale di Vienna dilata l’accusa al generico crimine di falsificazione della storia. Come poter dimenticare che proprio di quello furono incriminati (molti finendo al muro, gli altri nei gulag) quanti il comunismo liquidava come revisionisti? E che il comunismo vecchio e nuovo giustificava tutto ciò asserendo, come ha asserito Peter Liebreteu, che in tal modo difendeva la libertà di espressione dal suo abuso?
Molti studiosi sostengono, non senza convincenti argomenti, che la storia dell’umanità presenta un «buco» di due o tre secoli. Riempito, per soddisfare il precetto cronologico, da avvenimenti e personaggi dei quali non disponiamo riscontri documentati. Anche dove non risultano «buchi» può accadere di imbattersi in protagonisti e in eventi di fantasia. Per esempio e con tutto il rispetto per i leghisti, è opinione comune degli storici che Alberto da Giussano non sia mai esistito e si nutrono fortissimi dubbi anche sulla veridicità del Giuramento di Pontida. Però appartengono alla storia. Come l’incontro di Teano. Sostenere che non si verificò si configura come contraffazione degli eventi storici? Si può parlare di falsificazione di qualcosa che non si presenta come un blocco monolitico di verità e certezze irrefutabili? Nessuno nega che talune riletture, come quelle di David Irving, possano suscitare indignazione, come nella Roma imperiale se qualcuno avesse sostenuto che a Teutoburgo non ci fu strage e i germani di Arminio non inchiodarono alle querce i legionari di Varo. Tuttavia ritenerlo un reato, privare della libertà chi canta fuori dal coro, no, non è segno di civiltà, ma pratica oscurantista. Le idee si combattono con le idee, non con la galera.
Paolo Granzotto