Imelda Marcos La dittatrice diventa un’icona pop

Nelle Filippine per Imelda Marcos è tempo di rivincita: dopo essersi candidata per due volte alla presidenza della Repubblica col solo obiettivo di tornare dall’esilio, l’anno scorso è stata eletta plebiscitariamente al Senato (e anche i figli Bong-Bong e Aimee sono stati eletti al Congresso). Recentemente il portavoce dell’esercito ha annunciato che la salma di Marcos sarà traslata nella «Sala degli eroi» del Museo militare, appena restaurata. La notizia ha ovviamente suscitato polemiche e proteste di piazza, ma un sondaggio attendibile dice che più della metà della popolazione approva questa decisione.
Ma come mai questa nostalgia per il regime di Marcos, che era durato vent’anni (1965-86) e oggi appare avvolto in un’aura di romanticismo? Probabilmente a causa dell’inarrestabile decadenza che ha portato il Paese a essere oggi uno dei più poveri e inquinati del Sud-est asiatico, mentre negli anni ’60-70 era tra i più avanzati e industrializzati della regione. Infatti, nonostante la corruzione diffusa e l’americanizzazione forzata, il governo Marcos aveva dotato le Filippine di importanti infrastrutture per uno sviluppo basato su una politica di bassi salari. La sua fu una dittatura solo negli ultimi nove anni; prima era un governo democraticamente eletto con un largo consenso. Nel 1977 promulgò la legge marziale e il coprifuoco, tuttavia nessuna pena di morte fu mai eseguita. Nella sua testa ciò doveva servire a prevenire sommosse comuniste che avrebbero rallentato il suo progetto politico e ad avviare un singolare processo di democrazia partecipativa per imposizione.
Nel frattempo, la first Lady Imelda, oltre a collezionare migliaia di scarpe di lusso (in un Paese dove la maggioranza della gente ancora girava scalza), coordinava una squadra di ladies in blue, dame dell’alta società di Manila dedite a opere di beneficenza e a campagne di propaganda politica; fondava personalmente dispendiose istituzioni culturali (come il Film Festival di Manila o il Centro culturale delle Filippine) che in un Paese del terzo mondo erano percepite come insulti alla miseria; collezionava opere d’arte (oggi possiede anche dei Goya) e sentiva la vita mondana come un dovere: l’essere un modello di eleganza aveva per lei una funzione sociale. È così che tra i tardi anni ’70 i primi ’80, inizia a frequentare i club più esclusivi come Regine’s o lo Studio 54 a New York e le discoteche trendy di altre capitali; fu questo aneddoto ad attirare l’attenzione di David Byrne, già leader dei Talking Heads: il suo doppio cd del 2010 Here lies love è un concept album sulla vita di Imelda Marcos. Si tratta di un’operazione simile a quella che fece Madonna nel 1996 con il disco e il film Evita. I due personaggi infatti, Evita Perón e Imelda, hanno molto in comune: il glamour e la mondanità, la beneficenza per un popolo affamato, la storia d’amore romantica col politico ambizioso, il pathos esibizionista («Voglio essere ricordata come la madre di tutti i filippini», ama ripetere l’ex first Lady). Le 22 canzoni di Here lies love (Qui giace l’amore, che è la frase che Imelda vuole incisa sulla propria lapide) nelle intenzioni di Byrne vogliono essere una riflessione sulla teatralità del potere, dove il personaggio Imelda racconta la propria vita dal suo punto di vista, dagli inizi come beauty Queen di provincia fino al disastro finale - la folla inferocita che saccheggia il palazzo del governo mentre i Marcos fuggono in esilio con l’aiuto dei marines americani.
In una recente intervista con la BBC, l’oggi ottantaduenne Imelda Marcos si è detta «lusingata» dell’opera con cui David Byrne le ha reso omaggio. L’ex first Lady, per difendersi dalle continue polemiche e dai numerosi detrattori, rilascia interviste a spron battuto, ripetendo più o meno le stesse cose. Nel 1990 era stata processata a New York con decine di capi d’accusa: a sorpresa, alla fine è stata riconosciuta non colpevole e da lì è iniziata la sua rimonta politica, culminata col trionfo elettorale dell’anno scorso e con la progressiva riabilitazione del marito. Difende a spada tratta il suo passato e le sue scelte controverse: «Mio marito ha rimodellato il Paese, non usava il potere, semplicemente lo sentiva dentro di sé»; «La bellezza non serve per sedurre, ma per nutrire, prendersi cura, essere materne»; «Io non sono avida, io ho collezionato la bellezza» (affermazione che ha contribuito a farla diventare anche un’icona gay, e non solo nelle Filippine).
L’accusa più ricorrente nei suoi confronti è di aver strumentalizzato i poveri tramite la beneficenza - ma è ciò che in realtà fanno tutti i politici nelle Filippine, la beneficenza è l’elemento centrale della lotta politica in questa nazione. I centri commerciali e le zone residenziali di Manila sono più lussuosi di quelli europei o americani, ma per il resto siamo nel tripudio del pauperismo, in una megalopoli mostruosamente sovrappopolata, inquinatissima e disseminata di rifiuti dove buona parte della popolazione abita in baracche di lamiera, nel più estremo degrado fisico e morale. Chi emigra è un privilegiato che può comunque permettersi di acquistare un biglietto aereo (i tanti emigrati sono praticamente la piccola borghesia filippina). I poveri, ultimo anello della catena del clientelismo, essendo qui moltissimi costituiscono una formidabile massa di manovra che i politici si contendono come meglio possono. In tutto ciò, pochi mesi fa Imelda è stata nominata presidente della commissione parlamentare incaricata di verificare che si raggiunga nelle Filippine il traguardo dell’abolizione della povertà estrema entro il 2015. Praticamente una missione impossibile, ma ovviamente lei si dichiara ottimista.
I tanti che si sono scandalizzati nell’assistere alla rivincita di Imelda Marcos dovrebbero serenamente accettare il fatto che viviamo nella società dello spettacolo, e che il pubblico ama l’artificio più che la verità.