IMPRESA MILANO Armani alla Benetton ne fa di tutti i colori

Oscar Eleni

da Treviso

Appendersi all’albero delle ciliegie nell’anno del Liverpool vuol dire correre grandi rischi, soprattutto se non ti accorgi che il ramo con più frutti ha ceduto: Milano vestita Armani si butta sul rosso del desiderio nella quinta partita decisiva e dopo nove anni ritrova la finale scudetto del basket che invece sfugge alla Benetton.
Doveva essere una sfida di testa e Lino Lardo l’ha vinta perché con sé aveva una squadra, anche gente che ha fatto cose sciagurate alla fine come McCullough al momento di riscuotere il massimo, gente come Singleton che un po’ volava e un po’ vagava, ma li ha tenuti tutti insieme. Capolavoro dell’anno per il marinaio giansenista di Loano arrivato al cuore della partita decisiva scoprendo che davvero gli occhi della Benetton erano spenti, anche dopo il primo quarto chiuso in vantaggio, perché la serie al fegato propiziata da Sasha Djordjevic all’inizio del terzo quarto, continuazione del lavoro di Mario Gigena leone della difesa e anche cacciatore fortunato al tiro, e la partita di contenimento di una difesa che ha fatto perdere ben 14 palloni ai suoi avversari, hanno smascherato del tutto un’avversaria già malata dentro, che non aveva energia mentale, triste anche nei momenti favorevoli e con un pubblico che pure nella sfida decisiva ha superato di poco i 4.000, gente che impunemente lanciava rotoli di carta igienica e che alla fine ha cercato anche lo scontro con una bella rappresentanza milanese.
Quando uno come Bulleri, la luce di tutto si perde su tre falli dopo 12’26”, quando l’uomo della fantasia e delle cacce spietate si arena come un delfino sperduto, allora il segnale diventa terribile perché poi dietro a lui è andato Goree. Marconato si è risvegliato quando già il ramo era spezzato, Bargnani, giovane talento sicuro, non poteva certo ridare il senso delle cose a compagni ormai sperduti. Garnett ha cominciato al passo e ha finito al trotto, Siskaukas, entrato in quintetto per un Soragna ormai pelle e ossa, ha colpito, ma non è stato inesorabile, ha segnato, ma non ha mai fatto sentire dolore.
L’Armani manda messaggi d’amore al suo popolo che ora aspetta al Forum, al grande Gio che dalla Corsica si è bevuto la parabola, a Galliani che ora aspetta di sapere se questa sindrome Liverpool, che ha già tolto la lingua al Milan e allo stesso Messina rossonero doc, potrà valere anche contro la Fortitudo che Milano ritrova in finale dopo 9 anni. Quella fu l’ultima volta per la venerabile Olimpia, era la squadra di Tanjevic che andò a prendersi lo scudetto da Scariolo e dalla Fortitudo proprio a Bologna.
C’è tempo fino a mercoledì per pensare a questa finale imprevista che fa risparmiare mille euro a chi era sicuro del Benetton, un grande club che non farà pazzie e già si è reso conto in questa semifinale di essere stato abbandonato da qualcuno dei suoi, allenatore compreso. Per l’Armani una marcia sul tono muscolare del preparatore Lassini, un uomo vero, di cuore, sulla coesione di gruppo che ha fatto vivere bene la stagione a tutti, perché anche ieri, nel finale quando sembrava esagerato spingersi oltre i sogni, è venuto fuori un modo di essere pirati che farà storia. Djordjevic e la sua mente, Blair che ora merita davvero il vestito di nozze che gli stà preparando Armani, poi Coldebella e quel Calabria preso anche in giro in maniera crudele che però ha messo la lama al momento delle stoccate. Singleton e McCullough hanno giocato più di 30 minuti e lo hanno fatto mischiando cose sublimi ad errori incredibili, però sono stati nella cesta, nel cuore della difesa, nella partita che alla fine ha promosso chi credeva in qualcosa, non chi pensava di avere diritto a tutto.