Ma le incertezze sfiorano anche altri grandi maestri

Il celebre Colosso di Goya non ha i piedi di argilla: i piedi, anzi, non ce li ha affatto. Sorge inopinatamente, inatteso e improbabile, in un paesaggio popolato da una moltitudine di gente impaurita dalla sua presenza spaventosa in una nebbiolina che lo rende ancora più sibillino. È certo una visione terrificante come altre ve ne sono nel cielo della Quinta del Sordo, nelle Pitture nere o nei Caprichos, e ancor più ne I disastri della guerra, al quale Il colosso sembra simbolicamente appartenere e che per la sua debolezza compositiva, in aperto contrasto con il vigore del dipinto, ha già in passato suscitato notevoli perplessità. Ma c'è tutta la stravaganza di questo grandissimo artista, che nella vecchiaia fu colto da incubi e angosce e che in quest'opera sembra voler dimostrare che poteva prendersi il lusso di concepire un dipinto tanto insolito e persino pittoricamente trascurato. Tutti i falsi che riempiono le cronache della storia dell'arte hanno inevitabilmente una loro intrinseca debolezza, un'incertezza che solleva il dubbio dell'attribuzione. E tanti sono i quadri che non possiedono i caratteri specifici dell'autore che falsificano e che quindi possono essere smascherati dalla loro mancanza di vigore e di immediatezza. Del resto lo stesso Goya non è nuovo a questo genere di equivoci e molte sono le copie o le rivisitazioni del suo stile che ne inficiano la sua somma attività. Troppo lungo sarebbe l'elenco delle opere tenute in sospeso per la loro ambiguità autografa. Tuttavia non è raro che le incerte attribuzioni abbiano riguardato anche celebri e incontestati capolavori: persino la Fornarina di Raffaello è stata messa in dubbio nonostante sia un'opera che narrava della sua autobiografia e non è immune all'equivoco lo stesso Caravaggio, al quale oggi ai tanti dipinti che gli vengono attribuiti ne corrispondono altrettanti che gli sono negati.