GLI INDIANA JONES DEL TERZO MILLENNIO

Viaggiano a bordo di fuoristrada ricolmi di sofisticate apparecchiature elettroniche, tra gli attrezzi del mestiere hanno persino magnetometro a protoni e georadar. Gli archeologi sono cambiati, ma il loro mestiere è sempre più avventuroso

ROBERTA PASERO Non indossano cappelli a tesa larga, machete agganciati ai pantaloni, camicie stazzonate e scarponi infangati come faceva Indiana Jones, eppure proprio come l'archeologo reso celebre al cinema dagli occhi cerulei di Harrison Ford, sono compassati detective del passato: instancabili percorrono viaggi indietro nel tempo lunghi millenni, alla scoperta di un mondo che di sé ha lasciato soltanto deboli e fragili indizi, sotto metri di terra o in fondo al mare. Non crediate che lo facciano perché il loro carattere è polveroso come i reperti che maniacalmente esaminano, catalogano, documentano, restaurano: oggi gli Indiana Jones del 2005 hanno messo in soffitta la pala e lo scalpello e invece di strumenti antiquati utilizzano le tecnologie più sofisticate. Viaggiano a bordo di fuoristrada ricolmi di sofisticate apparecchiature elettroniche, tra gli attrezzi del mestiere hanno persino georadar e magnetometro a protoni, si insinuano tra le pietre degli scavi archeologi con videocamere miniaturizzate e grazie a particolarissimi software con il computer danno un aspetto tridimensionale anche al più insignificante dei reperti.
Una passione antica quanto la memoria della nostra civiltà che vogliono ricostruire. Antica almeno quanto il termine archeologia utilizzato già dagli storici greci nel senso letterale di «discorso sul passato» per indicare la disciplina che studia le civiltà e le culture umane e le loro relazioni con l'ambiente circostante attraverso la raccolta, la documentazione e l'analisi delle tracce, sia architettoniche sia umane, che hanno lasciato i nostri antenati.
Non tutti però lo fanno per mestiere. Anzi. A realizzare le ricerche archeologiche nei cantieri di scavo aperti sotto il controllo delle Sovrintendenze locali, a documentare e restaurare ogni minimo reperto, ad effettuare l'indagine topografica del territorio, a progettare alla fine dell'avventura l'allestimento museografico di un'area monumentale tornata alla luce è anche un esercito di semplici appassionati. Sono quelli che trascorrono l'inverno frequentando le lezioni teoriche nelle sedi dei vari gruppi archeologici presenti nelle principali città italiane per imparare tutti i segreti del mestiere dagli archeologi di professione, quelli che non si perdono nemmeno una visita guidata ai siti già tornati alla ribalta per imparare come si può far tornare la vita dove la vita si è spenta da tempi immemorabili, quelli che trascorrono le vacanze estive sul campo, prendendo parte alle campagne di scavo organizzate in diverse parti d'Italia con la soddisfazione di aver contribuito a far tornare alla luce un pezzo di mondo sommerso.
È anche il cinema ad aver raccontato le gesta degli archeologi, trasformandole in autentiche saghe. È il caso delle pellicole dedicate a Indiana Jones, che nel 1981 con la prima della serie I predatori dell'arca perduta di Steven Spielberg, ha fatto riscoprire e diventare di moda una figura professionale un po' appannata, grazie anche a quattro premi Oscar e ad un incasso da record di 115 milioni di dollari. Tutto è cominciato quando Harrison Ford ha indossato per la prima volta i panni di un archeologo degli anni Trenta incaricato dal governo americano di ritrovare l'Arca dell'Alleanza, uno scrigno di legno che contiene le tavole dei Dieci Comandamenti. Un successo confermato anche da Indiana Jones e il tempio maledetto e da Indiana Jones all'ultima crociata, dove l'archeologo Ford doveva vedersela con l'acquisto di una preziosissima pietra sacra e con la ricerca del Santo Graal, la coppa leggendaria utilizzata da Cristo durante l'Ultima cena. E che l'archeologia non sia soltanto questioni di uomini lo ha dimostrato pure Angelina Jolie nel ruolo di Lara Croft in Tom Raider di Simon West, film derivato da una serie di videogiochi d'azione e ben presto soprannominato proprio Indiana Clones per i continui riferimenti alle pellicole di Spielberg: qui è la figlia, esperta di arti marziali, di un archeologo che va alla ricerca di un antico manufatto spezzato in due che una volta ricostruito darebbe a chi ne è in possesso la capacità ed il potere di manipolare il tempo a suo piacere.
Non sarà, invece, finzione cinematografica quella in mostra alla prima rassegna «Archeo Doc Fest», in programma dal 15 al 23 luglio in luoghi particolarmente suggestivi e significativi per l'archeologia, e cioè l'Anfiteatro di Pompei, gli scavi di Ercolano, la Reggia di Portici, Villa Magrina e Palazzo Baronale di Torre del Greco: qui verranno presentati film e documentari girati sull'archeologia, sull'arte antica e con le nuove tecnologie di simulazione digitale che consente di ricostruire monumenti e siti archeologici. È uno degli ultimi ritrovati tecnologici che permettono agli archeologici di capire com'erano le civiltà del passato anche attraverso sestanti elettrici, cartografie satellitari, telerilevamenti, veicoli sottomarini telecomandati e sonar ad alta risoluzione per la mappatura dei fondali. E c'è chi non si accontenta di scandagliare i mari e le terre in cerca di vascelli fantasma e di relitti sconosciuti ma, convinto che i primi abitanti del nostro pianeta fossero extraterrestri, ricostruiscono e indagano scientificamente in tre dimensioni persino le forme di vita primordialie, le statue dalle sembianze aliene, tutti i reperti di archeologia spaziale.