«Indovina chi» rispunta? Il remake

Nelle sale il rifacimento della pellicola con Tracy, la Hepburn e Poitier e in arrivo un’altra versione di «King Kong»

Adriano De Carlo

Nessuno si sognerebbe di rifare Quarto potere, anche se Woody Allen c’è andato vicino con Zelig, ma il remake è duro a morire. Specie se mancano le idee. Di recente la tendenza si è confermata con l’uscita di Il volo della fenice, con Dennis Quaid nel ruolo che nel 1965 fu del grande James Stewart. Se quella, diretta da Robert Aldrich, era davvero un’avventura eccitante e spettacolare, la nuova versione, voluta dal figlio del regista, William, è un dignitoso racconto avventuroso, ma il box office sembra ancora privilegiare la prima versione. Un altro rifacimento di una pellicola che il tempo ha trasformato in cult è Quella sporca ultima meta, uscito con l’identico titolo del film che nel 1974 era interpretato da un eccellente Burt Reynolds e diretto, ancora lui, da Aldrich. Peter Segal, il regista della nuova edizione, che ha si può dire abbia aperto la nuova stagione cinematografica, l’ha buttata sul ridere, ma non troppo, riuscendo a rendere plausibile il catatonico Adam Sandler e riesumando quel gaglioffo di Reynolds, che malgrado il volto sconciato dalla chirurgia plastica mostra ancora la sua canagliesca simpatia. E la sequenza della partita di football americano è davvero godibile.
Ma ecco che con Indovina chi si ripiomba nella mediocrità. Pur rifacendosi al nobile precedente di Indovina chi viene a cena di trentatanove anni addietro, il modesto regista Kevin Rodney Sullivan, non ne indovina una. Competere con un film interpretato da Katharine Hepburn, Spencer Tracy e Sidney Poitier, mettendo in campo attori mediocri come il fidanzatino di Demi Moore, Ashton Kutcher, e limitandosi a scambiare i ruoli tra bianchi e neri, mantenendo l’impianto narrativo dell’originale, anche a non essere nostalgici, è un’operazione chiaramente masochista.
Più rassicurante l’imminente uscita dell’ennesimo King Kong, per due ragioni: la prima è che è difficile fare di peggio di John Guillermin nel 1976 e nel 1986, realizzando il remake del classico degli anni Trenta e inventandosi un sequel di spudorata inefficienza. La seconda è che a dirigere la nuova versione di questa eccentrica avventura è stato incaricato Peter Jackson, il vero Signore degli anelli, che promette di strabiliare con la sua ben nota visionarietà.
L’horror è tra i generi più saccheggiati: di Non aprite quella porta ci sono più versioni che spettatori. Persino un prodotto hard core, anche se il più classico, Gola profonda del 1972), ha subito l’ingiuria di un remake non autorizzato, al punto che la versione restaurata ed integrale in dvd, è intitolata La vera gola profonda.
Nel recente passato un regista amato, forse a sproposito, da molti critici, Gus Van Sant, nel 1998 pensò bene di realizzare il remake di Psyco, capolavoro indiscutibile di Hitchcock, ma di fronte allo strapotere qualitativo dell’originale si ridusse a farne una copia carbone, aggiungendo di suo un’acca al titolo, che divenne così Psycho. Un valore aggiunto che non produsse altro che imbarazzo e una difesa patetica da parte degli estimatori del regista. La stessa sorte toccò a Jeremiah Chechik, un nome, una garanzia, che realizzò il remake de I diabolici, perverso capolavoro degli anni Cinquanta di Henry-Georges Clouzot, sperando nel divismo rampante di Sharon Stone. Per consegnare alla pellicola almeno un aspetto decente, intitolò il film Diabolique, con un francesismo immotivato. Il film risultò del tutto sbagliato, per non dire brutto.
Tra le decine di rifacimenti non si può omettere il più celebre film di Sergio Leone, il celeberrimo Per un pugno di dollari, scippato incautamente ai giapponesi, travasando cioè la trama di La sfida del samurai (1961) di Akira Kurosawa, nel suo film, convinto che non se ne sarebbe accorto nessuno. Le cose andarono diversamente, contribuendo a lanciare un attore del tutto sconosciuto, Clint Eastwood.