Infibulazione alle figlie degli immigrati: nella moschea istruzioni per la barbarie

La barbarie nel cuore di Milano. Sulle persone più indifese: le bambine. Accade anche in questa modernissima città che le piccole figlie di immigrati, soprattutto africane, siano sottoposte alle mutilazioni genitali femminili. Basta chiedere al centro islamico, e l’operazione è servita, insieme a un’aberrante infarinatura religiosa e sociologica addotta per giustificarla. È una «moschea» il luogo in cui si possono ottenere tutte le informazioni necessarie.
Le mutilazioni genitali femminili sono la clitoridectomia, cioè l’escissione del clitoride, e l’infibulazione, vale a dire la restrizione - o la chiusura - dell’apertura vaginale mediante cucitura. Una pratica terribile, che vorrebbe preservare la verginità della donna e farne un mero oggetto sessuale. Un’operazione carica di conseguenze tremende, fisiche e psicologiche. Pericoli immediati, come infezioni, setticemie, tetano. E conseguenze dolorose e perpetue: complicazioni nel parto, rapporti sessuali dolorosi.
Danni che segnano per sempre la vita delle donne. Di moltissime donne. L’Organizzazione mondiale della sanità parla di 130 milioni di vittime nel mondo. E di 3 milioni a rischio, nei 28 Paesi in cui le mutilazioni genitali sono praticate. In Europa si parla di 150-180mila donne sottoposte alla barbarie. Per la sua tipologia d’immigrazione, l’Italia è fra i Paesi europei più colpiti da questo fenomeno, che una sub-cultura islamica purtroppo molto diffusa ritiene legato alla religione di Maometto.
Con i suoi 80mila immigrati di religione musulmana Milano non può certo considerarsi indenne dal fenomeno. Ora c’è la prova di come sia facile e «indolore» (per gli uomini) trovare il modo di praticare l’infibulazione, aggirando una legge che dal 2006 punisce in modo severo (da 4 a 12 anni di reclusione) ogni pratica del genere. La prova va in onda stasera alle 21 e 30 su Telereporter nel corso di «Conto alla rovescia». Un giornalista si finge un giovane sposo italiano di un’egiziana che per chiedere ragguagli sulla possibilità di praticare l’infibulazione alla sua bambina di 4 anni va in uno dei tanti centri islamici di Milano. Nella palestra di via Gallura, dove un’associazione di musulmani in gran parte marocchini si riunisce a pregare il venerdì. Niente di più facile, a sentire i fedeli con cui parla. E niente di più giusto. Il tono è amichevole: «La sua bambina ha 4 anni? È ancora presto, 9-10 anni è il momento giusto. Quando quella cosa (il clitoride, ndr) esce fuori e comincia a toccare i vestiti allora lei vuole fare l’amore». La più rudimentale negazione della dignità umana, in nome di un maschilismo che sconfina nella misoginia più retriva. «Se non lo fate non è un peccato, ma un pericolo, qui le donne a 10-11 anni fanno già sesso». «Così si danno una calmata?», chiede il finto papà. «Certo, con la tahara si calma, si fa sempre - conviene il suo interlocutore - quando ha dieci anni andiamo dal dottore e lui vede. Io l’ho fatto per mia figlia e lo faremo per le nipotine». «E sua figlia è d’accordo?». «Certo, tutte lo fanno».
E a quanto pare i fedeli appena usciti dalla preghiera del venerdì non sono i soli a pensarla così. Un altro servizio mostra una giovane marocchina cresciuta in Italia che racconta la sua terribile esperienza: «Andiamo a fare una vacanzina in Marocco», le ha detto il padre quando aveva 8 anni, in Italia. E in una moschea del suo paese d’origine ha marchiato per sempre la sua femminilità con il dolore.
«È agghiacciante che anche nella civilissima Milano possa accadere una cosa del genere» ha commentato nella veste di conduttrice del programma Ombretta Colli. «Questo non è il vero Islam - ha ribattuto l’ospite, l’imam di Segrate Ali Abu Shwaima - per la nostra religione la donna è la regina della famiglia. L’Islam difende il suo diritto al piacere, e prescrive che marito e moglie debbano godere l’uno dell’altro, cosa che le altre fedi non fanno».