Insegnare il Corano nelle scuole significa educare all’odio

Nessuno potrebbe giudicare men che nobile l’idea, lanciata da Gianfranco Fini, di onorare la diversità maomettana introducendo nello nostre scuole lo studio del Corano. Ma il comune sentire europeo – che, sebbene unico, è tuttavia pluralistico, nonché multiculturale – esige che questa magnanima idea venga subito arricchita delle necessarie precisazioni.
Per esempio, si potrebbe in primo luogo specificare (ma questa è ovviamente soltanto una modesta proposta) che lo studio di quel libro sacro dovrà basarsi sulla lettura di tutti, nessuno escluso, i suoi 114 capitoli. Solo una lettura integrale potrà infatti assicurare ai giovanetti formati e sfornati dalle nostre scuole il diritto di vantarsi di conoscere il capolavoro di Maometto molto meglio di quelle uggiose espressioni della boria giudaico-cristiana che sono il Vecchio e il Nuovo Testamento.
Sarebbe inoltre opportuno precisare quale fra le tante diverse versioni che si conoscono del Corano converrà adottare nelle nostre scuole. Secondo i più apprezzati islamologi le versioni sarebbero almeno 14, dal che sembrerebbe doversi dedurre che il problema della scelta sia piuttosto complicato. La cosa tuttavia risulterà molto semplificata se si prende atto umilmente dell’opportunità di far nostra la scelta effettuata già da un pezzo dalle moschee italiane, nelle quali, com’è noto, le versioni più diffuse sono soltanto due, quella detta di Warsh e quella detta di Hafs.
Secondo alcuni imam le differenze fra le due citate versioni sarebbero molte e profonde. Secondo altri, invece, esse sarebbero poche e irrilevanti. Questa diversità di pareri potrebbe indurre le nostre autorità scolastiche a proporre di risolvere il problema prescrivendo la lettura comparata di entrambe le versioni. Si può però prevedere che molti dubbi si dissolveranno come neve al sole quando si constaterà che in nessuna delle versioni di quel mirabile libro mancano queste soavi invettive di Allah: «Ecco, sto per gettare il terrore nel cuore dei miscredenti: decapitateli, mozzate loro le dita... Questo dovranno soffrire, perché essi si sono opposti ad Allah, e chiunque si oppone ad Allah e al suo profeta deve sapere che Allah sarà terribile nel castigarlo... Questo è il vostro castigo, verrà detto loro: il tormento del fuoco agli infedeli... Allah sconfessa gli infedeli e li sconfessa anche il Profeta... Pentitevi, dunque, sarà meglio per voi... Castighi atroci Egli annuncia ai miscredenti... Ammazzateli dovunque li troviate... Assediateli, catturateli, fateli cadere nelle imboscate... Lasciateli andare liberi soltanto se si pentono... Combatteteli fino a che non si siano umiliati, e non abbiano pagato, uno ad uno, il “pizzo”...».
Questi sono alcuni versetti di due famose sure del Corano: l’ottava, sul tema della guerra e del bottino, e la nona, sul tema del pentimento. Li ho citati fedelmente permettendomi una sola libertà: al posto di «tributo», con cui viene di solito tradotto il termine arabo «jizya», ho messo «pizzo». Mi sembra infatti evidente che appunto questo sia il vero nome di un obolo che se non lo paghi ti accoppano.
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