"Gli intellettuali sono vivi ma i politici sono zombie"

Il filosofo della Scienza, Giulio Giorello, replica a Doninelli e Cacciari sulla crisi del pensiero e dell’Università nel nostro Paese. Sulla filosofia: "In buona parte è rimasta legata a idee retrive, vecchie". Sui libri: "Spesso costano troppo e la televisione non educa"

Giulio Giorello è il filosofo della scienza più noto d’Italia, oltre che un intellettuale dotato di vis polemica notevole. Ma i suoi interessi non si limitano solo all’ambito della matematica o della storia del pensiero scientifico. Nel 1981 ha curato l’edizione italiana di Sulla libertà di John Stuart Mill, avviando - in certo senso - una rinascita degli studi sul pensatore inglese. Conosce bene anche l’editoria colta. Dirige, infatti, per l’editore Raffaello Cortina, la collana «Scienza e idee». Gli abbiamo chiesto di intervenire nel piccolo «Processo alla cultura» che il Giornale ha istruito a partire dall’articolo di Luca Doninelli su cui, ieri, ha detto la sua anche Massimo Cacciari.

Professor Giorello, come vede la cultura del nostro Paese? Gli intellettuali italiani si guardano allo specchio? Dibattono sulla natura del loro mestiere?
«Ho l’impressione che non sia la cultura che manca di “vivezza” è piuttosto la politica a essere piatta. E per quanto mi riguarda tra governo e opposizione non c’è nessuna differenza, sono allo stesso livello. Ad essere in crisi non è la cultura ma questa casta politica che non produce nulla, al massimo getta fango... Non c’è nessun Obama... non c’è nessuna spinta vera alla novità, né da destra né da sinistra. Scaricare la responsabilità di questo vuoto sugli intellettuali è troppo facile».

Quindi abbiamo un’intellighentia sana?
«Sì, lo ribadisco. Abbiamo ottimi politologi, come Giorgio Galli o Nadia Urbinati, ma non politici. A mancarci è proprio il livello politico e, forse, è troppo debole anche il management dell’economia... Non c’è coscienza critica, nelle istituzioni si perdonano a ripetizione i fannulloni. Arriva sempre la grazia, non la Grazia di Dio che è una cosa seria, ma quella stile indulto, per capirci, quella che svuota le prigioni. Anzi, la cultura a queste cose reagisce anche in modi coraggiosi... Prenda un Claudio Magris o uno scienziato come Enrico Bellone che su Le Scienze non manca di denunciare le inadeguatezze proprio del livello politico...».

Ma insomma: qualche cosa che non funziona ci sarà anche nella cultura?
«Sì, c’è un pezzo di filosofia che è rimasta legata a idee retrive, che è vecchia. In questa filosofia io ci ritrovo l’atteggiamento crociano: i grandi spiriti che si dedicano alle Lettere o al Diritto e rifiutano le Scienze come se fossero qualcosa di deteriore. Alcuni filosofi vecchio stile si dimenticano che il nostro Paese ha avuto matematici di prim’ordine come Federigo Enriques o chimici come Giulio Natta e vanta ancora ottimi cervelli come il genetista Luigi Luca Cavalli Sforza...».

Vada un po’ più nel dettaglio...
«Ci sono dei cascami tetri di idealismo. Si limitano a rifilarci voli pindarici sulla bellezza, come Zecchi... E c’è anche un marxismo d’accatto, che considera le scienze come un residuo del capitale... Penso ai retori che ce la menano sulla tecnica che uccide l’amore, come Galimberti... Io personalmente li manderei a calci nel sedere nell’età della pietra... Li manderei a provarlo il loro mondo senza tecnica».

Parliamo, invece dell’Università dove politica e cultura si toccano...
«Bisognerebbe far capire agli studenti che il valore legale della laurea va abolito. Bisogna spiegare agli studenti che meritocrazia non è una brutta parola... Visto che la politica e i ministri non ci riescono - e anche in questo caso destra e sinistra per me fa poca differenza - a reagire al loro dilettantismo devono essere gli uomini di scienza».

Però deve ammettere che a bloccare la riforma sono anche molti suoi colleghi con una cattedra universitaria.
«È chiaro che in una situazione come questa i docenti si trincerino dentro delle facili “nicchie ecologiche” e quando si fanno provvedimenti come quello sui concorsi si finisce per lasciargli buon gioco... La questione vera è abolire il valore legale del titolo di studio, creare una seria competizione tra atenei. Chi investe bene funziona, chi investe male la paga... e perde studenti».

Trasformare le università in fondazioni potrebbe essere una buona mossa?
«È una questione da valutare. Quelle da cercare sono tutte soluzioni empiriche. Io, personalmente, sono per un sistema all’americana misto tra privato e pubblico. Pubblico e privato che si fanno concorrenza davvero, questa secondo me è la formula migliore».

Come vede la nostra produzione saggistica? È di livello?
«Io per quanto riguarda la saggistica scientifica penso che l’Italia proceda più che bene. C’è una grande tradizione di cui il pioniere è stato Alberto Mondadori con il suo Saggiatore. Anche la critica della scienza funziona bene e, in più, si traduce molto».

Resta il fatto che si stampa molto e si vende poco.
«I libri in questo Paese non si sono mai venduti molto. Conosco parti del mondo dove si legge molto di più, in Scozia e in Irlanda ho visto gente che legge seduta al pub... È cosi anche in Spagna dove dopo la morte del “cabrón” - io Franco lo chiamo così - la cultura è esplosa, è apparsa alla gente come una conquista, una liberazione. E questo vale anche per i Paesi dell’Est come la Polonia dopo la caduta del Comunismo... Però anche in Italia la fame di cultura non manca. Il libro non è obsoleto, semmai il problema è che resta un oggetto che costa caro. Questo non è certo colpa dei lettori... E non apriamo il discorso sul deplorevole funzionamento delle televisioni, a partire dalla Rai».

Allora lasciamo stare le televisioni e parliamo piuttosto di festival letterari e filosofici. Li trova utili?
«Alcuni sono, e sono stati, un mezzo importante per far incontrare autori e pubblico. Non solo: consentono anche agli intellettuali di confrontarsi tra di loro, favorendo il dialogo trans-disciplinare. Tra i migliori mi vengono in mente Bergamo Scienza, il festivaletteratura di Mantova, il festival della Scienza di Genova... Avercene di iniziative così, guai a guardare queste cose con sussiego. La filosofia è nata nelle piazze, pensi a quel rompiscatole di Socrate. E questo suo stare in piazza i burocrati del suo tempo glielo hanno fatto pagare amaramente. Almeno a giudicare dal sapore della cicuta...».

Certo però che se i festival si moltiplicano a dismisura...
«Per dirla come Hegel: ogni fenomeno storico degno di nascere è degno anche di morire. Forse i festival declineranno ed è ovvio che può esserci una degenerazione quando i paesini organizzano la sagra di Kant e della pastasciutta. Esattamente come è degenerativo il moltiplicarsi degli atenei che spuntano ovunque e aprono facoltà con quasi più docenti che iscritti... Ma, per adesso, dei festival culturali io vedo soprattutto il versante positivo. E non dimentichiamoci che sono anche un’isola di democrazia culturale. Una delle poche iniziative non centraliste e delocalizzate nate nel nostro Paese, sono culturalmente anti autoritari, almeno nella maggioranza dei casi».