Intellighenzia addio: l’Italia alla fine del Veltronismo

Attori, cervelloni e giullari. La sinistra ha occupato spettacolo e cultura. Ma l’impero si sta sgretolando. A partire dal 1945 pensatori e artisti furono costretti a schierarsi a sinistra

Marco Gervasoni

C’era un tempo in cui la sinistra italiana esercitava l’egemonia più ampia nel campo della cultura. Ma molti segnali ci dicono che oggi non è più così. La mutabilità dei suoi leader, ad esempio, ora provenienti dalla tradizione comunista e post-comunista, come D’Alema e Veltroni, ora da quella democristiana di sinistra, come Prodi e Franceschini. Oppure, in piccolo, l’uscita di Alessandro Baricco, che invita il governo a non finanziare più la cultura, almeno in tempi di crisi, violando così uno dei punti fermi della politica culturale «progressista», la difesa del pubblico. Segni di declino. Che coincidono non a caso con le dimissioni di Veltroni. Queste non sono un semplice evento di «politica politicante». Mettono la parola fine a un certo modo di intendere il rapporto tra cultura e politica, di cui lo stesso Veltroni, nella fase terminale del Pci, era stato l’artefice. A sua volta il veltronismo culturale fu la risposta a una crisi della cultura di sinistra cominciata ben prima. Facciamo allora un passo indietro per cercarne le origini.

L’egemonia culturale della sinistra non si è sempre esercitata allo stesso modo: un conto sono gli anni Cinquanta, altro i Sessanta e altro ancora i Settanta. E poi bisogna intendersi sul concetto di sinistra: fino agli anni Settanta, la “sinistra” era pluralista. V’erano i comunisti e i socialisti, ovviamente. Ma di sinistra si dicevano anche Ugo La Malfa e molti repubblicani, così come i radicali, vecchi e nuovi. E poi la tradizione salveminiana del Ponte e la sinistra liberale. Per non parlare del vasto mondo cattolico. Negli anni Settanta il pluralismo comincia però a venire meno. Il Pci dall’inizio del decennio inizia ad assorbire larga parte delle tradizioni che comuniste non sono. Alcuni resistono ma non è facile, di fronte a un discorso suadente e affascinante. Così la cultura di sinistra finisce per identificarsi con quella del Pci, in un abbraccio alla lunga mortale. Nel decennio Settanta poi si verifica un altro fatto importante. Fino ad allora il Pci aveva esercitato una forte presa quasi esclusivamente sulla cultura scritta, quella del libro, mentre in campo cinematografico, ancora alla fine degli anni Sessanta, v’era stata una forte varietà. Il Sessantotto produce invece un repentino avvicinamento del mondo del cinema al Pci, che trova dispiegato di fronte a sé il campo della cultura visiva. E con la riforma della Rai, del 1975, anche la televisione pubblica diventa uno spazio di intervento, pur con il tradizionale disprezzo della cultura comunista nei confronti del televisore «frigorifero del cervello». L’apoteosi dell’egemonia comunista sul mondo della cultura è raggiunta al Convegno al Teatro Eliseo di Roma nel ’77, in cui Berlinguer presenta il Pci come il partito della cultura.

Ma come spesso accade l’apogeo precede di pochissimo il declino, che comincia proprio a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta. Prima di tutto, va in crisi nel mondo l’idea di sinistra, formatasi ben prima del comunismo. Decade poi la pratica del carattere partigiano della cultura, introdotta dopo la Grande guerra dal comunismo e poi dal fascismo. Mentre non aveva senso collocare Croce, Salvemini, Gentile e Prezzolini attorno all’asse destra-sinistra, a partire dal ’45 in Italia quasi tutti gli intellettuali accettarono questa dicotomia e finirono per scegliere il proprio campo. Una dicotomia che ora comincia a sgretolarsi. Negli stessi anni, infine, è la cultura italiana in blocco, dal dopoguerra vivacissima e acclamata all’estero, a registrare una battuta d’arresto.

Cominciano gli anni Ottanta e sono il decennio orribile per la cultura di sinistra. Nell’ambito delle culture di massa, come il cinema, gli spettatori non seguono più i dettami pedagogici dell’arte engagé ma sono sempre più attratti dai grandi blockbuster hollywoodiani, con effetti speciali acclusi. Ai personaggi tormentati e incerti degli anni Settanta, subentrano eroi scolpiti con l’accetta (Rambo, Rocky, Indiana Jones), stroncati pesantemente dalla critica di sinistra e bollati persino come «fascisti». In passato l’Unità e l’Avanti! avevano criticato i film di Fellini e Antonioni perché non abbastanza leggibili e «popolari». Al contrario, ora, la cultura di sinistra rigetta come volgari e insulsi tutti i prodotti che ottengono un riscontro di pubblico. Questo avviene con i film, ma lo stesso vale per i romanzi o per gli altri prodotti culturali. Di fronte a un mondo che, con Reagan, Thatcher e, in Italia, Craxi e Romiti, va in direzione opposta rispetto a quanto desiderato dalla sinistra, essa si rinchiude in un mondo sempre più élitario. Basta sfogliare le pagine culturali dell’Unità, di Rinascita ma anche una rivista come Alfabeta. Vengono poi legittimati a sinistra scrittori e filosofi fino a pochi anni prima bollati come «fascisti» (e che magari lo erano stati davvero), dal linguaggio denso e oscuro, meglio se tedeschi, come Carl Schmitt, Ernst Jünger, Martin Heidegger, fino al recupero dello stesso Giovanni Gentile. Naturalmente vengono interpretati come grandi autori «rivoluzionari», a dispetto delle loro stesse biografie. A metà degli anni Ottanta, nell’ambito della cultura umanistica, esser di sinistra significa evocare temi complessi, mettere spesso la parola «crisi» di fronte a tutto, meglio se con la K di Krisis.

A cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta si apre, invece, una grande chance alla cultura di sinistra. E questa chance è rappresentata dalla televisione. Il decennio del piccolo schermo inizia con il rigetto più totale, da parte della cultura di sinistra, dei nuovi linguaggi delle reti private, senza capirne l’assoluto effetto di sovversione e di novità. Pochi coloro che se ne rendono conto, e uno dei pochi è Angelo Guglielmi. Nella ridotta di Raitre, fino a quel momento sonnacchiosa rete a carattere regionale, Guglielmi introduce un dispositivo esplosivo, fatto di contaminazioni di genere e di tv verità, stimoli appresi dai programmi delle televisioni private. Per la sinistra è una grande occasione. Grazie a una pattuglia di professionisti, quasi tutti politicamente targati Pci, negli anni finali della prima Repubblica la sinistra riesce a produrre una televisione vivace e a costruire «senso comune», come raccomandava Gramsci.

In questa televisione occupano un posto di primo piano la satira e la comicità, con Serena Dandini, Fabio Fazio, Maurizio Crozza e i Guzzanti. Satirico è poi il più popolare progetto della cultura di sinistra tra gli anni Ottanta e Novanta, prima con Tango, inserto dell’Unità e poi con Cuore diretto da Michele Serra. Sono passaggi fondamentali perché definiscono la grammatica e la sintassi dell’identità di sinistra, sia nei confronti dei vecchi militanti ormai disillusi sia dei giovani che si trovano di fronte un pentapartito ormai agonizzante. Il discorso prevalente della satira (e non può che essere così) è quello moralizzante e giustizialista. Craxi, Andreotti, Forlani sono oggetto di derisione perché corrotti. Quando scoppia Tangentopoli, tutto sembra confermato. E ancor più quando, sulle macerie dei partiti di governo, appare la figura di Berlusconi. Per una cultura di sinistra ormai affidata allo scherno e al riso, l’imprenditore della televisione entrato in politica costituisce il principale bersaglio. Un nemico da deridere e da demonizzare, come Cuore aveva già fatto con Craxi, solo molto più potente.

E siamo quasi ai giorni nostri. Il governo dell’Ulivo si chiude nel 2001 con un intervento di comici e attori a favore del centrosinistra, mentre negli anni dell’opposizione poche sono le voci pensose (come la rivista ItalianiEuropei) e poco ascoltate. Prevalgono ancora una volta gli attori, come Nanni Moretti, e dietro a Moretti i comici. Poiché l’avversario politico è corrotto e immorale, la denuncia non passa più dalla critica economica ma dall’invettiva.

Importante è anche il contributo degli scrittori: pensiamo allo stesso Baricco, a Sandro Veronesi, a Nicola Ammaniti fino a Vincenzo Cerami e Andrea Camilleri. Questi non si pongono magari in prima linea ma rappresentano un forte elemento del consenso veltroniano. In quel momento sindaco della capitale e una volta intessuta la propria rete da ministro dei Beni culturali del primo governo Prodi, Veltroni propone un modello di «Stato culturale» in piccolo, di cui la Notte bianca e la Festa del cinema costituiscono il coronamento ideologico. Un’idea di cultura in cui alto e basso si mischiano fino a confondersi e in cui si è di sinistra perché si fa cultura, senza interrogarsi però su quale cultura e soprattutto su quale sinistra. Con l’idea di trasportare il modello romano in tutta Italia e sulla spinta della vecchia idea berlingueriana del «partito della cultura», Veltroni diventa leader del Pd. Ma evidentemente il veltronismo culturale deve aver prodotto scarsa egemonia, se questo senso comune «di sinistra» è sempre più minoritario nel paese. Finisce tuttavia per condizionare la nuova strategia veltroniana, che non a caso si infrange, chiudendo così definitivamente un capitolo della nostra storia nazionale chiamato «cultura di sinistra».
(1. continua)