Interesse nazionale: il tabù europeo che si può superare

Giorgio Oldoini

Il governo francese ha stoppato con una fusione preventiva l’Opa dell’Enel sulla Suez; gli italiani minacciano ritorsioni e invocano interventi delle istituzioni comunitarie. I giornali parigini rilevano che le fusioni preventive alle scalate ostili sono una scoperta del capitalismo «doc» di Wall Street. In questi casi, l’unico interesse in gioco, è quello degli azionisti; per contrastare l’iniziativa francese sarà dunque necessario dimostrare che il valore offerto ai soci Suez attraverso la fusione con la società pubblica Gaz è inferiore al prezzo dell’Opa Enel. Mentre i francesi temono ritorsioni, i nostri opinionisti più accreditati raccomandano al governo di soprassedere; lasciamoli fare questi sprovveduti, prima o poi la loro economia ristagnerà, mentre l’Italia liberista conoscerà anni di sicura ripresa economica.
La situazione rischia di cadere nel ridicolo per la commistione, tra modelli economici, spirito nazionalista, leggi e politica. In questo caos il cittadino italiano pone una domanda: ci è stato dichiarato che non è più possibile tutelare interessi nazionali e ora scopriamo che Paesi come la Francia decidono liberamente il proprio destino! In realtà, il Trattato di Maastricht si è limitato a fissare il principio che anche le imprese pubbliche devono seguire le regole del mercato per restare efficienti.
Sono stati i governi dei primi anni Novanta a stabilire che le Partecipazioni statali dovevano essere smantellate e che il piano Guarino di costituire due grandi poli industriali era «fuori legge». I destini del Paese erano stati sacrificati al capitalismo familiare morente che aveva bisogno di realizzare capital gain, prolungando le situazioni di sussidio su cui aveva sempre fatto conto. Allo stesso tempo la nostra imprenditoria privata aveva completato la mutazione in finanza speculativa, votata al piccolo cabotaggio, senza solide strategie industriali. Viene quindi bene a tutti l’idea di un mercato globale che impone alle aziende di trasferirsi all’estero e accettare che la grande industria e le banche finiscano in mani straniere come estremo atto salvifico del Paese.
Per districarsi nella confusione occorre partire dal seguente assunto: i modelli economici non devono essere valutati per l’attrattiva esercitata dalle teorie, ma in funzione della loro idoneità a risolvere i problemi concreti. La prova della loro efficacia sarà data dal tenore di vita conseguito dai lavoratori, che dipende dal volume della produzione da essi realizzato. In ogni sistema il problema dell’occupazione è prioritario, dal momento che la pace sociale rappresenta un equilibrio pericolosamente instabile: il capitale deve assolvere alla funzione, di creare iniziative economiche durevoli all’interno del territorio nazionale. Lo Stato deve essere presente in economia allorché si indeboliscono i punti vitali dei sistema e lasciare spazio al privato quando le imprese sono in grado di svolgere con efficacia al proprio ruolo.
Grazie al caso Suez, ciascuno potrà giudicare secondo il punto di vista pragmatico quale stadio attraversa la nostra economia e le decisioni più utili al paese per interrompere il degrado, senza paura di subire ritorsioni dall’Europa.