Internet, blog e libertà: Obama vuole il tasto off

All’esame del Senato un progetto di legge che dà al presidente il potere di bloccare l’attività del web. Lo scopo: proteggere gli Stati Uniti da possibili attacchi informatici. Ma gli internauti insorgono. <strong><a href="http://blog.ilgiornale.it/foa" target="_blank">Commenta sul blog</a></strong> di Marcello Foa<br />

Immaginate una mattina, come tante altre. Avviate il computer, digitate un indiriz­zo familiare, come google.com. Ma qualcosa non va. Ap­pare una schermata: «Connes­sione impossibile». Pensate a un errore, verificate il cavo, la linea ad alta velocità. Tutto ok. Provate con un altro sito yahoo.com. Niente. E un altro e un altro ancora. Sempre niente. Pensate a una falla cir­coscritta. Ma poi accendete la radio e scoprite che il silenzio del web è mondiale. E che a de­ciderlo è stato Barack Obama. Una scena degna di un film di Hollywood. Eppure tutt’al­tro che fantasiosa. Mentre il mondo parla della crisi del­l’euro, della marea nera e, na­turalmente, dei mondiali di calcio, il Senato americano esamina un progetto di legge rivoluzionario. E inquietante. Lo ha presentato il senatore democratico Joe Lieberman. Tratta della necessità di pro­teggere gli Usa da possibili at­tacchi informatici. Preoccupa­zione legittima e condivisa dal­lo stesso Obama. Gli attacchi telematici rappresentano una delle nuove armi delle cosid­dette «guerre assimmetri­che », che già caratterizzano al­cuni conflitti geostrategici. Il problema, però, è che Lie­berman, anziché sollecitare il potenziamento di barriere tec­nologiche anti- hacker, propo­ne una soluzione estrema, mai contemplata fino a oggi. Il potere di spegnere Internet. Con un clic. In caso di emergenza, il pre­sidente degli Usa avrebbe la fa­coltà di obbligare i maggiori provider e i siti di interesse strategico (dunque pratica­mente tutti quelli più usati nel mondo come Google e Yahoo) a interrompere ogni at­tività. Il progetto contempla an­che la creazione di un «Centro nazionale per la sicurezza ci­bernetica e la comunicazio­ne », che avrebbe facoltà di pro­grammare tecnologie specifi­che e di imporre misure di si­curezza. A tutti. Negli Stati Uni­ti, ovviamente. Ma, all’occor­renza, anche all’estero. Senza eccezioni, sotto la minaccia di sanzioni stratosferiche. Un provvedimento estre­mo, che qualcuno negli Usa ha già paragonato alle leggi più controverse varate da Bu­sh nella guerra al terrorismo. Un provvedimento di cui, pe­rò, l’opinione pubblica non è consapevole. I grandi media non ne parlano benché l’iter parlamentare sia in fase avan­zata. La Casa Bianca tace, chia­ramente consenziente. Qual­che senatore repubblicano si oppone, ma poche, isolate vo­ci non sufficienti a svegliare la coscienza del Paese. Solo su Internet la notizia ha suscitato reazioni adeguate. Il popolo del web è preoccu­pato. Il provvedimento parla di «emergenza nazionale»; dunque non solo cibernetica. Potrebbe valere anche in caso di un attacco terroristico o una guerra. E allora, si chiedo­no in tanti, perché chiudere In­ternet e non la radio e la tv? Forse, insinua qualche blog­ger, perché negli Usa la rete web è tendenzialmente di de­stra, mentre i grandi media tra­dizionali sono più di sinistra e, comunque, più controllabili? Dubbi scomodi e, forse, vele­nosi, ma non infondati. Qualche mese fa proprio Obama si era schierato al fian­co di Google contro la Cina, di­fendendo la libertà di espres­sione sul web. E qualche gior­no dopo Hillary Clinton an­nunciò un programma per dif­fondere Internet senza limita­zioni in tutto il mondo, soprat­tutto nei Paesi sottoposti a dit­tatura. Ma negli Usa la Casa Bianca sembra intraprende­re, almeno in parte, il cammi­no inverso; a braccetto di altre democrazie occidentali. Co­me quella australiana, ad esempio, dove è già attivo un filtro per monitorare siti sco­modi. Il governo di Canberra di recente ha annunciato di vo­le­rlo rafforzare, trasformando­lo in una sorta di muraglia ci­bernetica. Una notizia inquie­­tante, di cui però i grandi me­dia non hanno dato conto con l’eccezione di Tim e . Anche la Nuova Zelanda, dal primo febbraio, si è dotata di un filtro web e proprio da febbraio, per una curiosa coin­cidenza, l’accesso a siti scomo­di, come Prisonplanet e In­fowars, è diventato problema­tico. Ma il passo più audace lo ha compiuto la Gran Bretagna do­ve a maggio, alla vigilia delle elezioni, la Camera dei depu­­tati, ancora una volta nel disin­teresse generale, ha approva­to una legge che consente di chiudere siti che violano «o po­trebbero violare» la norme a tutela del copyright. Ora tocca a Obama, poten­ziale Grande Fratello. A fin di bene, naturalmente.