Internet serve a poco se si è asini in italiano

Ma cosa si aspetta a fare cadere questo governo! Ogni giorno che passa combina un guaio e l'ultimo è stato il voler ulteriormente riformare i curricola scolastici eliminando, nell'era di Internet, l'apprendimento dell'informatica a favore delle tabelline. Perché no del pallottoliere, allora?



Ma davvero, caro Ferrero, lei è convinto che la riforma (della riforma della riforma) avanzata dal ministro Fioroni sia da buttar via? Non le fa ombra, magari, il pregiudizio ideologico? Guardi che una delle costanti della politica è che le riforme «di destra» le fa la sinistra mentre quelle «di sinistra» le fa la destra. E non si scappa: quella del ministro Fioroni è una riforma assolutamente di destra. Dopo il ciarpame della didattica progressista si torna all'abbiccì dell'istruzione: italiano (grammatica e sintassi), matematica (ivi comprese le tabelline), storia (e non solo quella relativa alla rivoluzione cubana)… Vuol mettere? Questa sarà anche l'era di Internet, ma se mancano i così detti fondamentali, cosa te ne fai, poi, di Internet? Via, caro Ferrero, diciamoci la verità: il pluriennale insegnamento scolastico dell'informatica fa ridere i polli. Per l'uso comune al quale è destinato, apprendere a maneggiare il computer non è infatti faccenda più complessa che imparare ad usare il telefonino (e i giovani telefoninisti ad oltranza mica vanno a lezione per impadronirsi della necessaria tecnica). Io al computer ci sto ore e lo armeggio molto bene senza che nessuno mi abbia insegnato a farlo: andando, al principio, per tentativi e per errori. Anche perché più che di computer, cioè calcolatore, elaboratore di dati, nel nostro caso - e ciò vale per la maggioranza degli utenti - bisognerebbe parlare di ordinateur, come giustamente lo chiamano i francesi, ovvero semplice organizzatore di dati e di informazioni. Se per il 70 per cento del tempo il mio Macintosh svolge le funzioni passive di macchina per scrivere, il restante è così suddiviso: 15 per cento Internet, 5 per cento servizi (banca, acquisti, pagamento di bollette, canoni eccetera) e 5 per cento ricreazione (ho seguito quasi tutta la Coppa America nella versione virtuale, ma non meno appassionante di quella reale). Bene, per arrivare a fare quel che faccio non c'è bisogno di ore e ore di lezioni. Anche un bambino può arrivarci da solo e da solo risolvere gli eventuali intoppi (e questo mi induce a pensare che nell'ora di informatica gli alunni, smanettatori provetti, si divertono a navigare in Internet o si svagano con uno dei tanti videogiochi).
Diverso è il caso di chi maneggia computer destinati alla progettazione, alla contabilità e attività finanziaria, ai sistemi di controllo di aerei o di centrali nucleari o di satelliti e catene di montaggio di grandi industrie: i «cervelloni», insomma, che sovrintendono alle più disparate attività (anche il Giornale ha un suo «cervellone». Che ogni tanto fa le bizze). Ma quella è specializzazione, faccenda che esula dalla nostra chiacchierata e che, comunque, poco ci azzecca con la scuola dell'obbligo. Che i nuovi curricola (al ministero della Pubblica istruzione ci deve essere un maniaco incaricato di sfornare termini gergali: una volta teneva banco «plesso». Oggi «curricola». Ma non è più semplice dire indirizzo di studi?), che i nuovi curricola, dicevo, prevedano meno ore o meglio ancora zero ore di informatica a vantaggio delle tabelline o delle congiunzioni, preposizioni e interiezioni è faccenda buona e giusta. Se ne convinca, caro Ferrero. Anche se la riforma o meglio la marcia indietro l'ha ingranata, per ora a parole e poi si vedrà, lo sgangheratissimo e rovinosissimo governo Prodi.
Paolo Granzotto