Ci rimane solo l'industria della giustizia

Invece di basare la nostra politica sulla mentalità imprenditoriale, la affidiamo a commi e legulei

Un Paese senza imprese produttive è condannato alla decadenza e alla miseria. Non solo sul piano economico, ma anche su quello artistico, culturale e della vita civile. Perché l'impresa è l'unica formazione sociale in cui si incarna la razionalità moderna, quella in cui le risorse che entrano escono arricchite di valore. L'impresa è un'entità in cui tutte le operazioni compiute da tutti i suoi addetti - dall'amministratore delegato al tecnico, all'operaio - vengono sempre progettate, realizzate e monitorate in modo che, in ogni punto dalle filiera, si raggiunga il valore desiderato.

In una fabbrica di pasta, il processo incomincia sul campo, dove gli agronomi studiano il tipo di semente, il tipo di terreno, il modo corretto di coltivazione per avere il grano più ricco, per fare le miscele più adatte che poi, macinate nel modo corretto, consentono di ottener il prodotto migliore. Un immenso ciclo trasformativo di cui si avvantaggiano l'agricoltura, il consumatore e il lavoratore, e che dà i profitti con cui fare nuovi investimenti. Questo sistema viene costantemente migliorato dagli stessi tecnici dell'impresa, che perciò sono tutti artefici e tutti responsabili del suo progresso. Se anche un solo bullone si surriscalda, interviene subito l'operaio che chiama gli ingegneri che correggono il difetto.
Nel sistema politico, invece, se qualcosa non va invece si deve fare una legge che viene stesa da legulei che non si riferiscono ad una realtà concreta. E la legge rimanda sempre ad altre leggi, ad altri commi, ad altre autorità. Il sistema giuridico è formalmente razionale, ma non è fondato sul principio costi-benefici. Non monitora mai i suoi effetti, e non ha al suo interno meccanismi correttivi.

Solo la razionalità dell'impresa è fondata sul calcolo puntuale costi-benefici dove, se i costi superano i benefici, l'impresa fallisce. Oggi in Italia le imprese vengono schiacciate dalla recessione, c'è disoccupazione, crollano i consumi e gli investimenti. Ma il sistema burocratico-giuridico continua a funzionare immutato. Non saremo più un grande Paese industriale però restiamo la patria del diritto.

Commenti
Ritratto di michele lamacchia

michele lamacchia

Lun, 15/07/2013 - 17:33

...ma ci viene negato, però, il diritto alla Patria.

Ritratto di CADAQUES

CADAQUES

Lun, 15/07/2013 - 18:59

Italia patria del diritto dello stato mafioso parassita a imporre la sua oppressione sopra il Paese e i Lavoratori.

mariolino50

Lun, 15/07/2013 - 20:37

Governare un paese come fosse un'industria si chiamerebbe in un solo modo, dittatura, una volta il mio direttore disse a chi gli diceva che una certa cosa gli pareva poco democratica, per caso mi avete eletto, qui comando io e basta, per far tornare i conti bastaq un bottegaio, senza nessuna offesa, ma uno statista deve essere un pò di più.

Prameri

Mar, 16/07/2013 - 01:52

Forse esistono due modi per cambiare la paralisi italiana: andare via da questo paese e ricominciare a vivere altrove oppure aver pazienza, restare qui e sposarsi con partner stranieri. Nel giro di due generazioni molte cose dovrebbero essere diverse. Gli eredi della seconda guerra mondiale, del '68 e delle pazzie successive saranno scomparsi. L'odio fra partiti italiani sarà superato dal ricambio non solo generazionale, ma più razziale, politico, legislativo, religioso... Non mancheranno mai nuovi e drammatici problemi ma speriamo che i nipoti siano fuori dall'attuale mortale paralisi. Paralisi mantenute soprattutto dalle caste che non pensano più neppure al futuro (nero) dei propri figli.

FRANCESCHINI NADIA

Mar, 16/07/2013 - 10:05

Siamo la Patria del Diritto e noi ormai siamo senza diritti e senza sovranità - pensate al disastro che hanno provocato lor signori della Politica e gli altri addetti ai lavori

honhil

Mar, 23/07/2013 - 11:49

Alessandro Gilioli, nel suo ultimo post di “Piovono le rane”, blog che tiene su L’Espresso, scrive che il ritardo dell’approvazione di una legge sull’omofobia è “La misura del nostro medioevo”. Ed ha mille canne di ragione. Lo Stivale è in pieno medioevo. Ma più che dal Parlamento, i segnali di questo precipitare nel buio della storia umana arrivano dalla magistratura. E sono le condanne erogate non sulla forza delle prove, ma sui teoremi partoriti nel chiuso degli uffici giudiziari. Cosa che non succedeva neppure al tempo della Santa inquisizione: che, prima di mettere sul rogo la gente, si preoccupava di estorcerle (le confessioni). Per non offendere l’intelligenza del volgo. Cittadino avvisato è mezzo salvato.