I filosofi si ricredono: l'amore è bello solo in coppia

Lo scrittore rubacuori Gary e il filosofo comunista Badiou: due modi di esaltare il legame uomo-donna

L'«io è un altro», ovvero il problema dell'identità, fu per Romain Gary una tagliola intellettuale. «Per trovarsi bisogna innanzitutto crearsi» aveva scritto, ma nel tempo la creazione si fece incessante e quando si hanno tante esistenze si corre il rischio di non averne nessuna. Nel 1967, alla domanda «dove vorrebbe vivere» postagli da un mensile francese aveva risposto: «Dappertutto, contemporaneamente, e dentro tutti, in un milione di vite». Interrogato su chi sarebbe voluto essere, aveva però replicato: «Romain Gary, ma è impossibile».
Va detto che il fisico non l'aiutava, nel senso che contribuiva ancor più a confondere le acque; il modo di fare e le frequentazioni, neppure. Era uno scrittore, ma sembrava un attore, era un diplomatico, ma sembrava un pícaro, era un difensore delle donne, ma vestiva come un gigolò. Console generale di Francia a Los Angeles, la stampa locale insinuò che fosse soprattutto «un addetto sessuale» al servizio del bel mondo di Hollywood; un sondaggio radiofonico in patria equiparò il suo nome alla qualifica di «donnaiolo». All'epoca era il marito di Jean Seberg, l'adolescente bellezza di Bonjour tristesse e di À bout de souffle, un quarto di secolo più giovane...
Era stato un eroe di guerra, Gary, ma non gli era bastato. Sarebbe voluto essere una specie di coscienza morale della nazione. Era divenuto uno scrittore di successo, ma nemmeno questo gli era sembrato sufficiente. Sarebbe voluto essere un intellettuale, un maître à penser. Intanto il tempo passava, e per chi a 46 anni aveva già scritto la propria biografia, la sensazione di sentirsi e di apparire un sopravvissuto diveniva lancinante. «So che per l'essenziale sono stato e non sarò più» scriverà allora. «Ho avuto in sorte un destino troppo breve» confesserà a un critico.
Eppure, fino a quel 1980 in cui, a 66 anni, si tolse la vita con un colpo di pistola, l'«io è un altro» di Gary non rinunciò alla propria moltitudine, come se il suo feroce vitalismo fosse insieme l'antidoto e la malattia. Le prese di posizione pubbliche, con annessi scontri e polemiche, così come le stesse vicissitudini private (divorzi, dimissioni, insuccessi professionali) rimandano sempre e comunque all'idea di un gladiatore nell'arena, uno che può essere sconfitto, ma non accetta mai di darsi per vinto. «Non ho amici» aveva dichiarato fieramente in un'intervista modulata sul Questionario di Marcel Proust; «Mi prende in giro o cosa» aveva ironizzato nel rispondere alla domanda su come sarebbe voluto morire. «In nessun modo» aveva poi aggiunto.
Di questo ebreo per parte di madre, nato in Lituania, naturalizzato francese, cosacco e tartaro per supposte ascendenze paterne, poliglotta, avventuriero e seduttore, un bel compendio lo dà ora Delle donne, degli ebrei e di me stesso (Neri Pozza, pagg. 143, euro 12,50, traduzione di Riccardo Fedriga) dove dalla sessualità all'antisemitismo, dalla letteratura alla contestazione studentesca emerge anche il ritratto di una certa cultura di sinistra, d'oltralpe e non solo, degli anni Sessanta e Settanta, per la quale Gary rimase un corpo estraneo, ma difficile da espellere. La difficoltà nasceva dal fatto che il suo no ai totalitarismi Gary lo aveva pronunciato negli anni giusti: nessuno poteva rinfacciargli doppiezze e/o abiure, nessuno poteva permettersi di arruolarlo in crociate ideologiche. L'estraneità era però l'altra faccia della medaglia, perché il suo socialismo, come dire, umanitario, popolare e romantico, non era più moneta corrente, non andava più di moda: era un populismo alla Duvivier nel momento in cui trionfava il maoismo alla Godard... Il richiamo cinematografico non è incongruo (Gary del resto fu anche regista, pur se senza troppa fortuna), perché visivamente permette di capire come un tipo umano rimasto fedele all'Humphrey Bogart di Casablanca non potesse riciclarsi nel Michel Piccoli del Disprezzo...
Anche questo aiuta a capire perché nel tempo della rivoluzione sessuale, del femminismo, eccetera, Gary, che pure per tutta la vita fu un cantore della femminilità e uno spregiatore della virilità machista, fosse guardato con sospetto. Detestava la sessualità applicata a tutto, arte compresa, e quando gli chiesero se scrivesse meglio prima o dopo aver avuto un rapporto sessuale, il suo «durante» è da antologia. Eppure, il suo «essere in due è per me la sola unità concepibile» anticipa di un trentennio quell'«esperienza del Due» che il filosofo Alain Badiou mette ora come centro portante del suo Elogio dell'amore, appena uscito sempre per Neri Pozza (pagg. 110, euro 14, traduzione di Dara Puggioni). Badiou è una curiosa figura di intellettuale-romanziere-autore teatrale transitato dal maoismo alla definizione dell'amore come «comunismo minimo» e alla «ridefinizione» dell'idea comunista come «l'idea di un mondo che non è consegnato all'avidità della proprietà privata», di un mondo «della libera associazione e dell'eguaglianza» all'interno del quale «per l'amore sarà più facile reinventarsi». È difficile dire se sostituire il proletariato e la lotta di classe con gli innamorati e l'incontro amoroso, Marx con Peynet, insomma, reinventi sia l'amore sia il comunismo... Così come, stando sempre a Badiou, che liberalismo e libertarismo convergano sull'idea che «l'amore è un rischio inutile», da cui deriva sia «una vita coniugale preconfezionata che si svolgerà nella dolcezza del consumo», sia «degli accomodamenti sessuali senza impegno e all'insegna del piacere».
Badiou teorizza «rischi e avventura contro la sicurezza e il benessere», ma quanto i primi rientrino in una logica comunista e i secondi in una logica liberal-libertina francamente ci sfugge, da piccoli borghesi quali siamo. Più semplicemente, come scriveva Gary, «niente dona più senso alla vita, di un uomo che viva veramente una donna, di una donna che viva un uomo» e nell'irrazionalità di ogni discorso amoroso c'è insieme l'ansia di rischiare e la speranza di riuscire.

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di Stenio Solinas