Il popolo dei fedeli prega il Pontefice che non c'è

Pellegrini a San Pietro. Nella prima domenica senza Angelus in tanti davanti alla finestra chiusa

Il vuoto pieno. La tristezza allegra. Il silenzio rumoroso. Il primo Angelus senza Papa è tutto in questi indimenticabili ossimori, in questa armonica e rassicurante composizione degli opposti, in questa assorta alchimia che soltanto nella piazza centrale del mondo può riuscire tanto bene.
Ma il paradosso più bello e più misterioso, cui tutti rivolgono lo sguardo tra tenerezza e rimpianto, è concentrato in quella finestra chiusa dell'ultimo piano: lui non c'è, eppure lui c'è. Il Papa raffinato e umile, il Papa che prima pochi hanno voluto e che tutti adesso vorrebbero, il Papa Ratzinger viene evocato e acclamato come fosse ancora affacciato al rintocco di mezzogiorno.
La sede è vacante, precedente storico che resterà nei secoli, ma il popolo di Dio non perde la strada. Sa dove arrivare, sa dove ritrovarsi. Già a metà mattinata è lunga la fila dei pellegrini che vogliono entrare nella basilica. Videocamere e telefonini puntano immancabilmente verso le imposte chiuse della finestra muta, per immortalare il suo momento più strano e più inatteso, l'improvvisa serrata causa dimissioni irrevocabili del titolare.
L'umanità della piazza aspetta novità, sa che serviranno ancora giorni lunghi e difficili, ma per nessuna ragione diserterebbe il suo presidio di fede e di speranza. Sfilano comitive di ragazzini, gruppi neocatecumenali, fratacchioni in saio ruvido, famiglie romane, coppie di fidanzati. Lunga coda anche davanti allo sportello mobile delle Poste vaticane per mettere mano allo speciale annullo sulla rinuncia di Benedetto XVI, mai così speciale: ma questa, ovviamente, è tutta un'altra storia.

Molto sacra e un po' profana, è comunque la solita cornice domenicale dell'incontro col Papa. Al netto della curiosità mondana, dei pruriti gitaioli al grido vediamo lì che aria tira, San Pietro non sbanda e non sbaracca. La Chiesa della gente c'è ancora tutta, tale e quale a una domenica fa e a cent'anni fa. Si culla al pensiero del Papa ritirato, soffre qualche senso di colpa per non averlo capito subito, per non averlo capito abbastanza, ma già aspetta che da quella finestra appaia un'altra guida per altri anni e altri secoli di domeniche benedette.
Il segnale è chiaro: superata la sorpresa delle dimissioni, compresa e perdonata come gesto di generosità l'apparente diserzione, i credenti cristiani non intendono farsi trascinare nel gorgo degli intrighi, dei retroscena, dei cinismi curiali. La politica vaticana appare in questi giorni decisamente lontana, in perfetta analogia con la politica italiana, dalla sua piazza. Mentre gli addetti ai lavori rincorrono spifferi e soffiate, giochi e strategie, applicando le gelide categorie della lotta temporale, la Chiesa là da basso coltiva imperterrita il sogno di una nuova aurora, che dopo il buio sorga sopra il cupolone, riportando un po' di luce in piazza San Pietro, cioè dentro l'anima degli uomini.

Ragazzini milanesi si radunano attorno all'obelisco mostrando ai fotografi la maglietta di giornata: «Pellegrinaggio della terza media di Rho». In queste stesse ore, i cardinali di tutto il mondo si radunano dentro le mura vaticane per chiarirsi le idee, purgare qualche macchia, emendare molti sbagli, poi possibilmente scegliere il nome migliore. Più che ai propri calcoli e alle proprie convenienze, devono una scelta alta e giusta a quei ragazzini di Rho, rappresentanti simbolici di moltitudini sconfinate. Perché il futuro è loro. Guardando quella finestra, dove ancora vedono e sentono la presenza del grande Papa assente, meritano di ritrovare presto un uomo santo che non lo faccia rimpiangere.