Quei crac figli dei successi sportivi

A Siena basket e calcio a rischio. I precedenti della Lazio scudettata di Cragnotti e del Parma di Tanzi

Purtroppo non è previsto l'antidoping amministrativo, altrimenti chissà quanti Armstrong troveremmo nella storia dello sport. In questi casi, valori tutti a norma, senza trucchi e senza inganni: a termini di regolamento, il doping amministrativo non è criminale. Ma arriva il momento in cui i suoi effetti sono esattamente gli stessi: la bolla esplode, la bella favola pure, i trofei perdono lucentezza, i tifosi si ritrovano a pane e cipolle, dopo anni di ostriche e champagne. Al risveglio, solo macerie, rimpianti e un pugno di perché.
Persino la granitica epopea di Siena imbuca malinconicamente l'uscita secondaria del flop. Anche qui, inesorabilmente, il potentato locale ha seri grattacapi per la testa, troppi e anomali per pensare ancora ai giochi. Game over. Mps ha pompato denaro ed euforia per dieci anni almeno, nei due rami d'azienda calcio e basket. Ora gli annunci inevitabili: il calcio sarà abbandonato al suo destino fra tre mesi, con la fine del campionato, sempre più in odore di serie B, il basket sarà drasticamente ridimensionato. In questo secondo caso, è una notizia di livello internazionale: a intravedere le oscurità del tramonto è il dream team che dal 2004 ad oggi ha vinto sette scudetti, gli ultimi sei di fila, record assoluto.
In tutti questi anni, dire Siena nel basket era dire vittoria facile, giocatori stellari, ingaggi no problem. I superlativi e le iperbole erano gli stessi già sentiti in altre favole di altre isole felici e di altre epoche sportive, tutte immancabilmente legate alla generosità, alla megalomania, alla propaganda di una certa finanza disinibita e aggressiva.
Gli album degli anni Novanta sono zeppi di figurine e di figuracce dello stesso genere. Come dimenticare il poema epico di Raul Gardini, celebrato re mida della Ferruzzi, capace di scalare Montedison e ribaltare la chimica partendo da un'altra piccola provincia d'Italia, Ravenna. Irruente e inarrestabile, innovativo e visionario (dalle agiografie dell'epoca), il grande manager non manca di imporre supremazia, senza badare a spese, anche nella pallavolo e nel basket.
In quelle stesse stagioni, anno prima anno dopo, il calcio assapora intanto le leggende familiari dei Tanzi a Parma e dei Cragnotti a Roma. Immancabilmente, fiumi di articoli e di interviste per sbattere in faccia al Paese, soprattutto al Paese vecchio dei soliti potentati metropolitani di Milano e Torino, l'agile e dinamico format dei patron generosi e paternalisti, capaci di sovvertire le gerarchie e di regalare indimenticabili riscatti alle minoranze, una mano sul cuore e l'altra sul portafoglio. E pazienza se c'è sempre il trascurabile effetto collaterale, altamente tossico, di rovinare un intero settore, facendo esplodere le pretese dei campioni e i costi di gestione. A loro non interessa partecipare: come nella vita, conta solo vincere.
Consenso e soggezione, ammirazione e sudditanza, in cambio di trionfi e grandi sogni. Non è nemmeno un'idea così nuova. Si rivede ogni volta la collaudata formula che Giovenale, nell'antica Roma, già lucidamente bombardava con la sua satira: «Il popolo due sole cose ansiosamente desidera: pane e giochi circensi», panem et circenses.
Peccato che il popolo difficilmente si chieda da dove nasca tutta questa generosità dei potenti: sembra a tutti che le palate di euro facili escano davvero dai loro forzieri personali. Casualmente, però, finisce sempre così. Alla resa dei conti, quando i conti non tornano, non sono loro a saldare i conti: per il finanziere osannato o la banca dal volto umano, oltre la leggenda, ci sono sempre piccoli risparmiatori che pagano un crac.