Quelle vacanze di lavoro dei geni al grand hotel

Per il Ritz di Parigi e il Gritti di Venezia è tempo di restauro: hanno ospitato Proust, Hemingway, Fitzgerald e Maugham. Viaggio fra le hall più leggendarie del mondo

Quando viaggiare era un piacere, gli alberghi erano un buon posto per scrivere. C'era chi metteva lì il proprio tavolo da lavoro, chi ci andava a vivere, qualcuno a morire. All'Hotel d'Angleterre di Leningrado, che oggi è l'Hotel Astoria di San Pietroburgo, Esenin, il grande poeta russo che non voleva cantare la Rivoluzione, scrisse col sangue, sulle pareti, il suo saluto. «Arrivederci, amico mio, senza strette di mano né parole./ Non ti rattristare, non corrugare le sopracciglia,/ in questa vita, morire non è certo una novità,/ ma nemmeno vivere!». Si impiccò con la cinghia di una delle sue valigie di lusso, appendendosi all'impianto di riscaldamento della stanza. Tre anni prima, sempre all'Angleterre, c'era stato con Isadora Duncan, la celebre danzatrice. Spinto da lei, da lì erano partiti per Parigi ed erano scesi al Crillon, in place de la Concorde, ma se si ama la propria patria, non basta esserne odiati per smettere di amarla e lui lo sapeva. Si era ubriacato, aveva sfasciato gli specchi e i mobili della camera e poi era fuggito nudo nei corridoi. Ricoverato in clinica, dimesso, era di nuovo tornato in Russia. La fine è nota.
Negli anni Venti in cui Esenin si ammazzava, gli scrittori americani inventavano la Costa Azzurra d'estate, stagione e regione fino ad allora considerate disdicevoli per le vacanze. All'Hotel du Cap, che oggi è l'Eden Roc dei divi del cinema sfilanti a Cannes, i coniugi Murphy e i coniugi Fitzgerald presero in affitto il piano terra: il titolare chiuse il resto e partì per il nord. Ad Antibes rimasero loro e i loro amici, lo scrittore Dos Passos, il violinista Mannes, l'esteta Etienne de Beaumont, la cantante Mistinguett. «Viviamo semplicemente, evadiamo dal mondo» scrisse Scott Fitzgerald a un amico.
«Viaggiare è utile, fa lavorare l'immaginazione» dice Céline in exergo al suo Viaggio al termine della notte e gli alberghi sono un ottimo pretesto per un viaggio nella letteratura, una sorta di pellegrinaggio dove fanno da chiese e da cappelle degli scrittori e quest'ultimi e i loro personaggi sono le statue di divinità, santi, peccatori e martiri che compongono una sorta di religione della scrittura. È su questo assunto che una ventina d'anni fa Nathalie de Saint Phalle assemblò il suo Hotels littéraires, dalla A di Aden dove Rimbaud soggiornò all'Hotel de l'Univers, oggi scomparso, alla Z di Zurigo, dove i dadaisti facevano i buffoni sul marciapiede antistante il Carlton-Elite, oggi ancora esistente. Che il legame sia forte, lo testimonia il fatto che l'albergo in sé è un soggetto da romanzo: il Grand Hotel di Vicki Baum, l'Hotel du Nord di Dabit, la Pensione Vanilos di Agatha Christie, Una pensione tedesca della Mansfield, l'Hotel Savoy di Joseph Roth…
Chiuso per restauri cinque anni fa, riaperto con ancora maggior sfarzo, ma minore anima, il Savoy fu un po' l'epitome del grande albergo nel primo Novecento e ancora dopo. La chiusura servì purtroppo da pretesto per un'asta di tremila lotti, dai sofà ai candelabri, dalla biancheria agli specchi, alle consolle, ai parquet che raccontavano un pezzo d'Inghilterra, uno stile, il déco, e un'epoca meglio di un romanzo, per restare nel tema. Una messa all'incanto non per questioni economiche, ma per qualcosa di più sottile che si nasconde dietro un'altra domanda. Che cosa fa di un uomo un gentiluomo? Lo so, fa sorridere, è fuori moda, quasi una caricatura. Ma quando il Savoy nacque, nel 1889, i gentlemen, i signori, esistevano ancora e formavano un mondo e una cultura. Erano tali per un'educazione comune, stesse scuole, stessi libri, stessi posti, lo stesso tipo di abiti… Erano una minoranza, naturalmente, ma non essendoci ancora il turismo di massa, erano maggioranza. Ed è sui loro bisogni, idiosincrasie, aspettative, che la ricezione alberghiera si modellò: luoghi caldi come una dimora di campagna, abitudinari come un club di città, efficienti come l'avere in casa un maggiordomo...
Quel mondo è scomparso, ucciso da due guerre mondiali, la rivoluzione dei costumi, la massificazione sociale, la globalizzazione turistica…. Sono rimasti sì i grandi alberghi, ma è scomparsa la gente che li rendeva tali. Come superbi relitti del passato, per sopravvivere hanno dovuto ingrandirsi, standardizzarsi, eliminare una serie di decori e di codici comportamentali, portare l'omologazione occidentale al suo massimo grado. Il cliente così continua a essere servito e riverito. Ma il gentleman, il signore, non abita più qui. Ed è per questo che ai grand hotel va rifatto completamente, a volte spietatamente, il look. Non è moderno, e quindi è incomprensibile. Adesso è la volta del Ritz di Parigi e del Gritti di Venezia, e non resta che pregare. Il primo fu la seconda casa di Marcel Proust dal 1917 e fino alla morte. Distribuiva mance principesche, beveva caffè nero, aveva un volto color d'alabastro incorniciato da un cappotto di pelliccia, era solito salire a chiacchierare nell'appartamento della principessa romena Hélène Soutzo, fidanzata e poi moglie di Paul Morand. La scoperta del suo bar (del Ritz, non di Proust) la si deve comunque a Fitzgerald, che lo fece conoscere negli anni Venti a Hemingway, fino allora adepto della Rive Gauche. Come sempre, Hemingway se ne appropriò, tanto che oggi quel bar porta il suo nome, le sue foto, la sua macchina da scrivere e tiene a battesimo persino la carta dei cocktail. Al bar del Ritz, tutto legno, cuoio e boiseries, lui e André Malraux si scontrarono nel 1944 all'insegna di chi avesse comandato più uomini durante la Seconda guerra mondiale…. Ciò non toglie che il bar più bello del mondo (insieme con quello del Peninsula di Hong Kong per la sua stupefacente vista sulla baia) sia quello del Gritti: quadri di Longhi alle pareti, una navata cinquecentesca di marmo policromo a fare da bancone, vetri e specchi di Murano…. Non verrà toccato dal restauro, assicurano, così come la terrazza del ristorante dove Somerset Maugham anno dopo anno si sedeva allo stesso tavolo: «Nella vita ci sono poche cose più piacevoli che starsene alla terrazza del Gritti quando il sole tramonta, bagnando di colori meravigliosi la chiesa della Salute che quasi vi si specchia».
Un altro Ritz è a Madrid, davanti al Prado. In un romanzo di Jorge Semprun, lo scrittore ironizza su Nadine, che nel giardino dell'albergo scrive cartoline alle amiche. Non molto distante c'è il Palace, con la sua cupola di vetro che affascinò Blasco Ibanez, l'autore di Sangue e arena, Colette, Borges… C'è un bar anche qui, e il solito Hemingway, in Fiesta, trova modo di farvi entrare Jake, che ama Brett, ma non la può avere. «Ci sedemmo sugli alti sgabelli mentre il barista agitava i Martini in un grosso shaker di nichel. I bicchieri erano appannati per il gelo. Fuori, oltre la tendina della finestra, era il caldo estivo di Madrid». L'albergo della Beat Generation, il Beat Hotel, strano ma vero, stava invece a Parigi, in rue Gît-le-coeur. Naturalmente non si chiamava così, o meglio non si chiamava per niente, non aveva né nome né insegna. Era di XII categoria, la più bassa, camere senza bagno, gabinetti alla turca, odore stagnante di cibo e di escrementi. Dal 1957 al 1963 Ginsberg, Corso, Peter Orlovsky, Burroughs ne fecero il loro quartier generale e scrissero le loro cose migliori, da Bomb a Il pasto nudo… Adesso si chiama Relais du Vieux Paris, minibar, bagni di marmo bianco, internet e televisione satellitare.
La lista, lo si sarà capito, è lunga, e conviene fermarsi. L'ultima tappa è l'Adlon di Berlino, che dopo la caduta del Muro è stato ricostruito nello stesso posto del vecchio, distrutto dalla guerra. Vicki Baum lo immortalò nel 1929 nel già citato Grand Hotel e Greta Garbo nel film omonimo. L'anno dopo, Christopher Isherwood scrive Addio a Berlino, il Cabaret cinematografico dove Sally Bowles (Liza Minnelli) dà appuntamento all'Adlon al nuovo protettore. «Sono in ritardo, già le sei, gli avevo detto per le cinque. Gli farà bene aspettare a quel vecchio porco. Vorrebbe avermi, ma gli ho detto: col cavolo se non paghi prima tutti i miei debiti. Ma che hanno gli uomini per essere così maiali?» Già, cos'hanno?. La Garbo era più romantica. «Andremo a Tremezzo. A Tremezzo!» grida felice in Grand Hotel dopo una notte d'amore con il ladro-gentiluomo John Barrymore… Tremezzo, sul lago di Como. Di fronte, Stendhal fa passeggiare il suo eroe della Certosa di Parma nel parco di Villa Sfrondati, che poi diverrà il Grand Hotel Villa Serbelloni. Da giovane, Paul Morand vi arrivò a nuoto, «traversando i due chilometri di lago. Avevo vent'anni. Lì, io fui Fabrizio del Dongo». Che si vuole di più?