Gli inventori «precoci» dribblati dalla storia

Bizzarro destino, quello che talvolta scompiglia le carte delle scoperte scientifiche mettendo in ombra i reali inventori e donando a personalità più scaltre o più fortunate fama e denari. Carlo Gubitosa, ingegnere e giornalista, nel suo appassionato Hacker, scienziati e pionieri (Stampa alternativa, pagg. 236, euro 13) vuole rimettere le carte al loro posto nella convinzione che «molte conquiste tecnologiche sono avvenute al di fuori della scienza ufficiale e hanno visto la luce solamente grazie alla lucida follia di uomini estrosi», finiti nell’anonimato. Nel saggio, che si apre all’epoca dei Greci e si chiude sugli hacker smanettoni di oggi, scopriamo come molte invenzioni si siano potute affermare solo quando la società è stata in grado di comprenderle e utilizzarle: per questo la scienza ha i suoi tanti (e ignoti) martiri. Uomini come Ludwing Boltzman che, scopritore della costante che oggi prende il suo nome nella teoria cinetica dei gas, si suicidò perché sbeffeggiato dalla comunità scientifica. O Charles Babbage, che nel 1820 progettò un dispositivo per risolvere equazioni polinomiali, considerato il papà dei calcolatori. Solo Augusta Byron, figlia del famoso poeta e nota come «la prima programmatrice della storia», lo appoggiò: Babbage morì in povertà e per capire la portata della sua invenzione fu necessario che il Science Museum di Londra riproducesse nel 1991 il macchinario, dimostrandone il perfetto funzionamento.
Di Meucci e del tardivo riconoscimento circa la paternità del brevetto del telefono rispetto al successo di Bell si sa, mentre è ignoto ai più il valdostano Innocenzo Manzetti, anch’egli inventore di un embrionale telefono cui nessuno dette credito. E per un William Gates che deve alla sua abilità commerciale più che all’intuito informatico il fatto di essere l’uomo più ricco del pianeta, c’è un Gary Kindall, ideatore del sistema operativo (il Dos) per anni utilizzato sui pc, morto in perfetto anonimato dopo inutili battaglie legali. Ma la vicenda più affascinante è quella di Nikola Tesla, «il figlio della tempesta». Nato in un paesino croato, appassionato di fulmini fin da piccolo, inventò la corrente alternata, più adatta rispetto a quella di Edison alla trasmissione a lunga distanza. Disinteressato ai risvolti commerciali dei suoi studi, amava esibirsi in pubblico vestito di nero mentre si faceva attraversare da scariche elettriche rese innocue dal suo macchinario. Nel ’43 lavorava a un apparecchio oggi ritenuto il progenitore del laser e chiese un appuntamento al Dipartimento di guerra degli Stati Uniti per donare i risultati della scoperta all’esercito.
Nessuno lo ricevette, ma quando morì i suoi scritti furono sequestrati dall’Fbi che lo riteneva una spia. A ricordarlo ci sono le strumentazioni conservate al museo Tesla di Belgrado, scampate - bizzarro il destino - ai bombardamenti del ’99.