Io ex compagno vi dico: ho fatto troppo poco per aiutare i dissidenti

In Italia troppi si sono appigliati alla «diversità» del Pci per celare il loro appoggio al totalitarismo

Il comunismo è stato, per chi come me viveva in Occidente e beneficiava dei vantaggi della democrazia, l’errore che ha attraversato il Novecento e che si è via via consumato tra le conseguenze del ’56 ungherese e il 1989. I post-comunisti, per lo più, sono sfuggiti ai conti con la storia che hanno vissuto, hanno sostituito l’Utopia con qualche parola ancora pronunciabile come «socialismo» o con una parola incontestabile come «democrazia». In Italia si sono appigliati alla «diversità» del Pci, che ci fu se non altro perché la divisione di Yalta e la guerra mondiale ci lasciarono dalla parte giusta del mondo. Ma già negli anni Trenta il più importante degli «ex», o dei «rinnegati» come venivano definiti, cioè Arthur Koestler, scriveva che non c’era un solo comunista straniero il quale, andato in Russia, non dicesse poi un po’ schifato: «Noi faremo una cosa completamente differente».
Così l’Urss fu al tempo stesso il mito e l’anti-mito. C’erano comunismi - la declinazione al plurale è obbligatoria - che per sfuggire a Breznev si rifugiavano da Mao e da Fidel, qualcuno anche da Pol Pot, senza così sfuggire all’errore, ma illudendosi di farlo. C’erano comunismi per i quali l’apologia dell’uguaglianza faceva aggio sulla realtà dell’oppressione. C’erano comunismi che giustificavano, nel nome della somma zero, la Germania di Ulbricht e di Honecker con l’esistenza del potere di Franco in Spagna o di quello di Salazar in Portogallo. C’erano comunismi per i quali Dubcek era il simbolo della possibilità di un «comunismo buono», vittima di quello «cattivo».
E poi c’erano i grandi equivoci. Il «disgelo» di Krusciov consentì di archiviare comodamente Stalin. La guerra in Vietnam, uno sbaglio se non altro perché persa, esaltò il terzomondismo e l’antagonismo all’Occidente. Per restare in casa nostra, la «terza via» di Enrico Berlinguer fu l’ultimo alibi. Ecco, il post-comunismo è riuscito a sfuggire ai conti con il passato per queste piccole diversità, che hanno consentito di mettere in ombra l’errore. Al punto che solo oggi, anche molti di coloro che nel 1989 pensavano alla possibilità di una rifondazione, sono giunti a considerare improduttiva se non impronunciabile la parola stessa. Ma il problema è l’errore o sono queste diversità?
Il problema resta in primo luogo l’errore di aver convissuto con il totalitarismo, per di più vivendo nelle comodità di una democrazia. Chi ha rotto davvero con il comunismo non ha difficoltà a riconoscerlo. Un esempio? Se c’è qualcosa che non riesco a perdonarmi è di non aver capito venticinque-trent’anni fa che il sostegno ai dissidenti non poteva ridursi a qualche corsivo scritto in linguaggio diplomatico, ma avrebbe dovuto essere all’altezza del sacrificio a cui tante persone andavano incontro per minare alle fondamenta una struttura autoritaria. Che per essere davvero democratici in Italia bisognava sostenere fino in fondo i democratici perseguitati nell’Est.
Infine una domanda: chi inquina oggi di più? I nostalgici che non rinunciano al comunismo o coloro che comunisti sono stati e non hanno fatto fino in fondo i conti con il passato?