«Io giornalista turco imbavagliato dal governo»

La «sparizione» di un convegno sul genocidio degli armeni

La mia storia è alquanto complicata, sia per le peculiarità del nuovo codice penale sia per la situazione politica che si vive nel mio Paese, la Turchia. Il codice penale turco è stato modificato di recente (per molto tempo abbiamo usato quello preso a prestito da Benito Mussolini). Durante questo cambiamento ci sono stati due fatti che mi hanno implicato direttamente, e altri che semplicemente hanno avuto luogo. Uno è l’introduzione di una clausola che dà diritto a ogni individuo di recarsi nell’ufficio di un avvocato e fare rapporto su qualunque crimine che potrebbe rientrare nel codice penale.
Il secondo è un cambiamento di espressione, di accezione dei termini. Vi erano articoli che proteggevano lo Stato e le sue Istituzioni (parlamento, magistratura, ecc.) nonché tutte le persone che vi appartengono o le rappresentano (il Presidente, i funzionari statali, i magistrati, i ministri, ecc.). Ma il crimine nei confronti delle istituzioni e delle persone che le rappresentano è stato identificato anche con la semplice «offesa», e con il passare del tempo i tribunali hanno sviluppato un’idea particolare su ciò che può costituire o meno una «offesa». Il nuovo termine è qualcosa di più simile alla pura e semplice «denigrazione», ma nessuno ha un’idea chiara di cosa davvero voglia dire «denigrare», il concetto è più fumoso, più labile, ha contorni meno chiari.
Qualche tempo fa mi trovavo a far parte di un gruppo che stava organizzando un simposio sulla questione del massacro armeno. L’incontro era stato previsto per la scorsa estate. A causa di certe ostruzioni provenienti dalle autorità (soprattutto dal Ministro della Giustizia!), il simposio è stato rimandato a tempo indeterminato. A quel punto abbiamo deciso di fissare la nuova data per l’inizio di ottobre, ma proprio la sera prima del giorno prescelto abbiamo ricevuto una nota formale da un tribunale amministrativo che diceva che l’incontro doveva essere rinviato fintanto che non fossero stati eseguiti taluni chiarimenti legali. Dato che io sono cronista in un quotidiano, ho scritto diffusamente sulle terribili implicazioni legali di questa decisione del tribunale.
Abbiamo presto scoperto - io e il mio gruppo - che un certo numero di avvocati fascisti si era costituito in una ONG (!) da loro denominata «Juridician Union», ed erano andati a lamentarsi presso quel tribunale amministrativo sostenendo che un tale simposio sarebbe stato denigratorio per la nazione turca! Quando io e parecchi altri abbiamo pubblicato articoli su questa strana decisione, lo stesso gruppo si è recato da un altro giudice dicendo che noi stavamo insultando un tribunale turco e cercando di influenzare l’andamento di una causa in corso. Il giudice, ovviamente, ha preso quel reclamo tanto seriamente da avviare una causa.
In fase di prima udienza, gli avvocati della “gang dei Cinque” (ovvero, noi, gli imputati) ha avanzato un’obiezione tecnica sul «tempo». Secondo la legge, infatti, una causa simile doveva essere iniziata entro un lasso di tempo specificato dalla legge. Bene, c’era stato un ritardo che non impediva l’istruzione della causa nel caso delle altre quattro persone del gruppo e nel caso relativo alla pubblicazione del mio primo articolo. Tuttavia, avevo poi scritto un secondo articolo, in un periodo di tempo che consentiva invece di istruire la causa in termini di legge. È stato così che, alla seconda udienza, il giudice ha deciso che tutte quelle cause potevano considerarsi decadute, eccetto quella che riguardava la pubblicazione del mio secondo articolo. Questa è la situazione ad oggi. Apparirò davanti alla Corte, per questi motivi, il 9 giugno.