«Io invece portavo i jeans Lévi-Strauss»

Avanzando nella conoscenza del mondo e delle anime, Alberto Arbasino, appena insignito del Premio Vigevano alla carriera, s’insedia da staffilatore sul trono della Repubblica delle Lettere. E scudiscia con grazia le forme obese dei ragazzacci burini al bar sport, avvolti in jeans «stracciatissimi d’ordinanza con la “vita bassa” sotto le chiappe». Puro Arbasino, cioè un’essenza di semplicità elegante mista a severe riflessioni sul costume che emana da La vita bassa (Adelphi), il suo nuovo libro.
Arbasino, Lei lamenta la scomparsa del «ceto medio liceale», che conosceva Dante e Carducci. C’è speranza si torni a quella formazione?
«Non so cosa sia speranza... Ma se si usavano certe scorciatoie nel discorso, tipo “Che gelida manina” o “Questo o quello, per me pari sono”, ci si capiva. Nell’Italia di qualche decennio fa tutti avevano fatto il liceo, o il ginnasio, come si deve. Imparare a memoria allenava la mente. Ora si preferisce rinforzare gli addominali».
Eppure, la cultura serve, tra l’altro, a inserirsi nel mondo del lavoro.
«Con la finanza in crisi, le carriere professionali conoscono maggior competizione. Non so quanto una comunicazione, basata sui videogiochi, concorra alla buona causa d’un curriculum...».
Le mancano gli amici con i quali sostenere buone conversazioni?
«Mi mancano gli accademici come Longhi, Praz, Contini, Macchia, referenti con cui si passava il tempo, facendo conversazioni leggere, ma competenti. Ai concerti con Lele D’Amico; con Giorgio Vigolo a parlar di musica: meglio dell’università! E stavo con loro per il piacere della compagnia. Magari polemizzavamo su un fatto letterario, il bicchiere di whisky in mano».
È scomparso il gusto del rapporto amichevole, nato da una stessa visione del mondo?
«In lontane domeniche, mi divertivo a casa di Emilio Cecchi, con Gadda e Praz e altri... Andavo e venivo dall’Inghilterra, dove Cecchi conosceva tutto meglio di me, eppure si divertiva ad avere informazioni da un curioso come me. Se guardo dalle mie finestre, vedo soltanto gente al computer, per ore e ore».
La classe media italiana, se esiste, è molto ignorante?
«Manca il nucleo di lettori, che sapevano la stessa cosa. Medici, diplomatici, ingegneri... si tenevano al corrente, leggevano in francese, in inglese. Le riviste di Totò o Wanda Osiris, che attingevano ai classici, da Ulisse a Elena di Troia, all’Orlando furioso, o parodiavano i Promessi Sposi con qualche birbonata, oggi sarebbero improponibili».
Vita bassa, non solo nei blue-jeans?
«L’ombelico sepolto da rotoli di ciccia fa senso. Io portavo blue-jeans a vita alta. E si chiamavano Lévi-Strauss...».