«Io italiano di Oracle vi spiego come ho vinto la Coppa America»

ValenciaLo squadrone americano di Bmw Oracle ieri ha festeggiato con impegno etilico ammirevole. Nel pieno della notte è anche arrivato l'invito alla Casa Bianca: Barack Obama vuole Larry Ellison con il suo Trofeo, un pezzo in più al puzzle della ripresa, un vecchio simbolo di potere. Bmw Oracle è una squadra aperta, stati uniti della vela: ha uno skipper neozelandese, Russel Coutts, l'uomo che ha vinto di più nella storia di questo evento, il timoniere australiano James Spithill, una serie di francesi specialisti dei formidabili trimarani, spagnoli. C'è un nucleo forte di italiani, velisti, designer e tecnici che hanno ricoperto ruoli chiave: in tutto diciotto su centotrenta. Due erano a bordo, il navigatore Matteo Plazzi e il pitman Simone De Mari. Di italiano ci sono anche le divise, fornite dalla genovese Slam. Matteo Plazzi è uno dei velisti di riferimento in Italia, tra i pochissimi che sono arrivati a vincere la Coppa America. Da molto giovane era tra i ragazzi ravennati che Raul Gardini portava sul maxi Moro di Venezia. Poi Azzurra, ha fatto un giro del mondo con Winston nel team di Dennis Conner, è stato tre volte con Luna Rossa prima di passare a Bmw Oracle dove era navigatore. Il suo ruolo, con la grande ala in azione, è più complesso di quello consueto, perché nella comunicazione abituale, con previsioni di velocità, vento, posizione delle boe, si aggiungono le regolazioni della vela rigida in gran parte strumentali. Il giorno dopo siede soddisfatto davanti a un piatto di amatriciana in un ristorante gestito da una sua ex collega: Cherry, una ragazza americana ex di Luna Rossa, rimasta qui a Valencia.
Matteo, da cosa nasce l'ossessione per la Coppa America?
«Dall'edizione che ho mancato, quella del Moro di Venezia. Ero entrato nel team ma ho lasciato per iniziare a organizzare una squadra per la Whitbread con Brad Butterworth, il finanziatore era Gianni Varasi, finito in tangentopoli assieme al nostro progetto».
Come ci si sente vincitori…
«Beh, tranquilli per l'impresa compiuta… ma dopo una notte in bianco ho bisogno di un riposino».
Quale è stata la più grande difficoltà per il vostro team?
«L'incertezza: all'inizio abbiamo lavorato su due binari, cercando di preparare la sfida con il monoscafo se Alinghi avesse accettato le mediazioni, e insieme con il multiscafo che doveva essere per forza versatile per rispondere a qualsiasi scelta di campo. Il programma è cambiato molte volte. Fino a quindici giorni fa non avevamo nessuna certezza di regatare. Il lavoro su barca ed equipaggio è stato continuo».
Quale è la forza di Russel Coutts?
«La conoscenza profonda di ogni aspetto di questo sport e la capacità di vedere una mossa avanti. Sa pianificare, agire con strategia sia che si tratti di questioni legali, di progetto e navigazione».
E quella di James Spithill?
«James è un velista e ha l'umiltà di voler fare bene il suo mestiere di timoniere. Non vuole entrare in giochi di potere o essere manager come capita a molti altri nella sua posizione. In barca sa mantenere una concentrazione e una velocità che ho visto raramente».
Quali erano i vostri vantaggi fondamentali nei confronti di Alinghi?
«Direi due. Uno è l'ala che in alcune condizioni si è rivelata superiore. L'altro…. Che Ernesto Bertarelli abbia scelto di timonare, mi sembra che con un professionista vero forse sarebbero stati più vicini. Noi temevamo la prima regata con bolina poppa, ma loro hanno sbagliato le vele che erano troppo grandi. La nostra regata doveva essere quella al lasco. Penso che se fossimo finiti dietro lungo la bolina al lasco stretto li avremmo attaccati duramente orzando. Il trimarano è più rapido in quelle condizioni».
Cos’altro ha sbagliato Bertarelli?
«Non ha saputo usare il vantaggio che ha il defender nella scelta del campo. Questo è stato determinante. Prima di scegliere Ras al Kaimah poteva chiedere una interpretazione preventiva, oppure scegliere un posto indiscutibile nell'emisfero sud. Lo avrebbe trovato».
Alinghi avrebbe potuto realizzare un'ala: perché non ci hanno pensato subito?
«La costruzione in sé non è particolarmente impegnativa, ma il disegno si e non credo avessero le risorse per realizzare un progetto così complesso... serviva un knowhow tecnologico che in America esiste».
Su Bmw Oracle c'erano molti italiani, perché?
«Intanto le numerose partecipazioni alla Coppa hanno fatto crescere un nucleo forte di velisti che ormai ha un posto nella vela internazionale. Poi la connessione è James Spithill che ha lavorato con tanti di noi in Luna Rossa».
Ci sarà un'altra Coppa?
«Credo che andrò avanti fin che posso. È una missione».