«Io, mio figlio e Muccino alla ricerca della felicità»

Intervista con l’attore protagonista di «The Pursuit of Happyness» nel quale recita anche il suo bambino. Il film narra la storia vera di un finanziere di successo con un passato di ragazzo-padre senzatetto

Claudia Laffranchi

da Los Angeles

È un Will Smith in gran forma, dall'entusiasmo contagioso, che si solleva la camicia per mostrarci il fisico asciutto scolpito a forza di palestra per il suo prossimo film I am Legend, quello che ci incontra a Beverly Hills per parlarci di The Pursuit of Happyness, vale a dire la ricerca della felicità, il primo film americano di Gabriele Muccino (la grafia sbagliata del titolo - happyness invece di happiness - è voluta). Il film, ispirato alla vera storia di Chris Gardner, oggi un finanziere di successo ma agli inizi degli anni '80 un ragazzo padre che ha trascorso un periodo senza domicilio fisso e col figlio a carico, dormendo su treni e in rifugi per senzatetto, è una classica parabola sul sogno americano, fatto di volontà ed ambizione. E per questo ruolo drammatico già si parla di Smith come di un candidato all'Oscar.
Come mai ha scelto Gabriele Muccino per dirigerla in questo film, di cui è anche produttore?
«Ho visto L'ultimo bacio e Ricordati di me e li ho adorati. Quello che mi ha colpito era l'interpretazione degli attori, c'erano momenti magici che andavano al di là della loro bravura, e ciò succede solo quando il regista sa tirarti fuori cose che non sai nemmeno di avere. Questa è la forza di un grande regista. Pensate a Michael Mann: tutti danno il meglio con lui, non si sa perchè, ma i suoi attori principali ricevono quasi sempre una nomination all'Oscar per i suoi film. Anche Gabriele è così, e quindi ho voluto conoscerlo».
Dove vi siete incontrati?
«A Parigi, in terreno neutro. A un certo punto Gabriele mi ha detto: “Anche se non scegliete me per questo film non prendete un regista americano, perchè gli americani non capiscono il sogno americano”. Quest'affermazione mi ha fatto riflettere, l'idea che “la vita, la libertà, e la ricerca della felicità”, i diritti inalienabili citati nella nostra dichiarazione di indipendenza, sono aspirazioni di tutti gli uomini, ma spesso vengono dati per scontati dagli americani, mentre nel mondo c'è gente che lotta e muore per ottenerli. Quando mi ha detto questa cosa ero sicuro che era la persona giusta».
È vero che vuole fare un altro film con lui?
«Stiamo considerando un paio di progetti, e visto che lo adoro farò ciò che vuole fare lui».
Questo film segna il debutto come attore di suo figlio Jaden, che ha sette anni, e che interpreta il ruolo di suo figlio. È felice del fatto che voglia seguire le sue orme?
«Io e mia moglie (Jada Pinkett Smith, ndr) siamo attori e cantanti, e i bambini, da quando sono nati, ci hanno seguiti sul set o in tournée, e quindi per loro è la cosa più naturale del mondo recitare e cantare. Credo che Jaden sia dotato, ha un'agilità emotiva che lo rende capace di capire idee ed emozioni che vanno al di là della sua età».
In che senso? Non deve essere evidente per un bimbo abituato alla ricchezza essere convincente in un film che mostra barboni e povertà.
«Jaden riesce a capire le situazioni e a simpatizzare con le emozioni del personaggio. Non l'abbiamo preparato in anticipo ma discutevamo assieme le scene giorno per giorno. Ad esempio gli dicevo “Questo Capitan America è l'unico giocattolo che hai”. E lui “Il solo? Perché?”. “Perché non abbiamo i soldi per comprarne altri”. “E perché me lo porterei sempre in giro?”. “Perché non abbiamo un posto dove lasciarlo”. “Ma sarebbe triste se lo perdessi”. E io gli dicevo: “Ecco, oggi giriamo la scena in cui lo perdi”. E lui rifletteva per un minuto e poi diceva “Ok, ho capito, sono pronto”».
È stato difficile bilanciare il professionale e il personale?
«Per nulla, anzi, non c'erano confini tra padre e attore, e questo secondo me rende il film più sincero e intenso. Come quando siamo costretti a passare una notte in un bagno pubblico, non ho dovuto prepararmi molto per immaginare come mi sarei sentito in una situazione del genere, con mio figlio che dorme tra le mie braccia».
Si è mai trovato in situazioni simili nella sua vita?
«Ho perso tutto quando avevo diciannove anni, avevo fatto un po' di soldi con la musica, costruito una casa, comprato un'auto, vissuto al di sopra dei miei mezzi, e il fisco mi ha portato via tutto. Ma una cosa è essere al verde quando si è da soli, un'altra con un figlio a carico».
Ha conosciuto il vero Chris Gardner?
«Sì, ed è una delle persone che più mi ha ispirato. Mi sono sentito come quando ho incontrato Nelson Mandela. Quando ti trovi al fianco di Mandela capisci quanto sei piccolo, ma nel contempo realizzi che hai il potenziale di essere grande, e lo stesso succede con Chris. Ha passato parecchio tempo sul set e la sua presenza mi ha aiutato molto a capire il personaggio. Ed è lui l'uomo che incrociamo nell'ultima scena del film... ».
Cosa le ha insegnato?
«Che bisogna credere in se stessi e non mollare il proprio sogno di un futuro migliore. Queste sono le cose che lo hanno sostenuto nelle notti senza cibo e senza un letto. Chris si è trovato in mezzo ai poveri, ma non ha mai permesso che il suo spirito e le sue idee venissero impoverite. È per questo che “la ricerca della felicità” è una delle grandi costanti nella storia dell'umanità, ne parlava già Aristotele. Ma molti si perdono durante questa ricerca».
E lei è felice?
«Sono molto felice, anche in questo momento. Potrei essere più felice solo se fossi nudo... Scherzi a parte, penso che sia la ricerca della felicità la cosa davvero importante, il viaggio più della destinazione. L'ho sperimentato quando sono stato nominato all'Oscar per Alì. Il periodo tra la nomination e la cerimonia è il più bello. Fai parte di un gruppo in cui tutti si sentono vincitori, sei felice, i tuoi cari sono felici per te, e la serata in sé, che tu vinca o perda, è ininfluente. Alla fine hai una sensazione agrodolce, e capisci che il percorso che ti ha portato fin lì è la parte migliore. E che la ricerca è la vera felicità».