«Io poliziotto, Denzel bandito un duello buono al primo ciak»

da Los Angeles

American Gangster di Ridley Scott, che in Italia uscirà venerdì, è uno dei film della stagione cinematografica più amato da pubblico e critica. Denzel Washington è stato osannato per la sua interpretazione di Frank Lucas, il boss di colore che negli anni '70 fece le scarpe alla mafia italoamericana, importando eroina dalla Thailandia e nascondendola nelle bare dei soldati rimpatriati dal Vietnam. Ma la caccia tra gatto e topo non sarebbe stata così avvincente se a far da rivale a un attore carismatico come Washington non ci fosse stato Russell Crowe. Il divo, neozelandese di nascita e australiano d’adozione, interpreta Ritchie Roberts, il poliziotto che gli fu alle calcagna per anni. E se per quasi tutta la durata del film i due antagonisti non si incontrano mai, American Gangster culmina con un lungo ed emozionante faccia a faccia tra i due. Una scena che Washington e Crowe hanno azzeccato in una sola ripresa. Della serie: buona la prima. E vedrete, non è roba da poco.
Come è stato lavorare con Denzel Washington?
«Per me è stato come chiudere un cerchio. Ci eravamo conosciuti nel 1995 sul set di Virtuosity, dove Denzel era un ex detective e io un serial killer. Una sera stavamo bevendo qualcosa assieme e Denzel mi disse “Mi piacerebbe un sacco interpretare il tuo ruolo”. Quando Ridley mi ha chiamato per questo film mi è venuto in mente quel momento, mi sembrava fosse un esempio di giustizia poetica. Denzel è un attore fantastico, preparatissimo, con una marcia in più. Tanti altri potrebbero prepararsi il doppio, ma non sarebbero mai alla sua altezza. Per il nostro faccia a faccia Ridley ci ha messo in una stanza con diverse macchine da presa che giravano simultaneamente e ci ha lasciato fare il nostro lavoro. E gli è andata bene».
Cosa l'ha affascinata del suo personaggio?
«Anche se ha valori solidi e sa resistere alle tentazioni, in un certo senso per me Richie e Frank sono due lati della stessa medaglia, entrambi senza timori, incapaci di trattenersi, e spinti da demoni interiori che li rendono sgradevoli nei rapporti sociali e sentimentali».
Roberts restituisce un milione di dollari che trova in una macchina. Cosa avrebbe fatto se li avesse trovati lei quando era un aspirante attore squattrinato?
«Se non erano contrassegnati penso proprio che me li sarei tenuti e spesi allegramente...».
Questo è il suo terzo film con Ridley Scott, dopo Il gladiatore e Un’ottima annata. Nel frattempo avete girato assieme Body of Lies, un film sulla politica estera americana, e state preparando Notthingham, una rilettura del mito di Robin Hood. Cosa fa di voi un team così affiatato?
«Dopo Il gladiatore Ridley mi chiamò per Black Hawk Down e Le crociate, ma ero già impegnato. Ci eravamo trovati bene assieme, e a un certo punto ci siamo detti che dovevamo assolutamente trovare dei progetti comuni. Non so esattamente cosa Ridley trovi in me, ma la sua stima mi lusinga molto. Non solo è un genio a livello visuale, ma ha mantenuto un approccio molto diretto nei confronti del lavoro sul set, ed è una cosa che condivido».
Per lei è più importante soddisfare se stesso o il suo pubblico?
«Se soddisfi te stesso, fai del tuo meglio come artista, e credi in quello che fai, alla fine il tuo lavoro un pubblico lo trova. La gente è spesso più intelligente di come la si dipinge. Quello che ho sempre fatto fatica a digerire è invece il bisogno del pubblico di avere un contatto diretto con l'artista, gli autografi, i fan scatenati... Ma ho capito che molta gente si fa un'immagine di te che l'aiuta a sopportare la propria vita quotidiana, e volente o nolente lo devi accettare. Gli incidenti che ci sono stati nel passato con i fan erano soprattutto dovuti a problemi miei di autostima: non mi accettavo appieno e dunque non mi sentivo degno dell'interesse altrui, e quando qualcuno veniva verso di me non capivo perché, e reagivo male. Ma sono cose che per fortuna ho superato».
Come mai ha deciso di vivere in Australia?
«Gli australiani sono gente di poche parole, più rispettosi della tua privacy. Per me Hollywood è l'ufficio, ma la mia vita vera, i miei amici, la mia famiglia, sono altrove, dove sono nato e cresciuto. Non troverei sano vivere a Los Angeles, anche se ho molti amici qui e mi trovo bene quando ci vengo per lavoro, perché è una città troppo concentrata sul cinema, e pensare al lavoro ogni minuto è stressante e controproducente. Ho bisogno di rimanere fresco per lavorare bene, per questo preferisco l'Australia».