Ma io preferivo allevare conigli e far bisboccia

Era il 17 febbraio del 1977. Avevo vent’anni e un mese. Era notte. Ero dinanzi ai cancelli dell’Università, la notte che precedette l’assalto degli autonomi a Luciano Lama, per motivi di «vita» e non «politici». Ero in compagnia degli ultimi vitelloni dei Sessanta che amavano le prostitute di via Castro Pretorio. Avevano più di quarant’anni. Mi ero ubriacato con loro e ora, con la faccia sui cancelli, proprio appiccicato ai marmi anneriti dalle bombe molotov, stavo cercando di orinare mentre gli altri saldavano il conto. Il mio Marx era l’Ortis che, se fosse sopravvissuto alle sue passioni, sarebbe diventato ancora più biondo di capo e celeste di occhi come il povero (per sfortuna) e grandissimo (come calciatore) Luciano Re Cecconi il quale, proprio poche ore dopo quella notte (il 18), veniva sparato da un gioielliere nell’equivoco che alberga in ogni scherzo.
Non è che a vent’anni, io che non ho partecipato mai a un corteo politico, non sapessi di politica, con quel nonno «repubblicano» e quella tata «cristiana» da santuari che mi ritrovavo. È che subito sapevo che la tragedia della politica italiana era nel cassetto della stessa scrivania della Tragedia manzoniana e della Storia. Avevo imparato presto che nella Storia gli «ideali» perdono anche se «individualmente» (come il Foscolo mi aveva insegnato), bisogna assumersi l’onere di gridarli sempre. Nei cortei, invece, gli slogan mi sembravano quelli di chi non uccide il «padre» ma di chi dal padre pretende il potere, anche se i settantasettini, a differenza dei sessantottini, il padre non ce lo avevano proprio, vedasi me: che ho perso il mio quando lui aveva ventotto anni.
Nel 1977, quando le molotov volavano meglio degli spitfire di carta, già sapevo che anche l’hashish faceva male. Aveva indebolito il mio sistema neurovegetativo, ma avevo superato gli attacchi di panico (che nessuno li chiamava così). Quando quelli di Lc portavano il giornale infilato nella tasca dei jeans bianchi però sporchi, con ai piedi le famose Clarks, io commerciavo con il Monte di Pietà, correvo con le Giulie Super, facevo da autista al nonno, allevavo conigli, leggevo Miller e Campanella, aiutavo la mia ragazza anoressica - nessuno sapeva che cosa fosse questo strano dimagrimento - e, soprattutto, ero convinto che bisognava pagare un prezzo «personale» altissimo perché l’incipit di Ultime lettere di Jacopo Ortis potesse essere il nostro riscatto e non la nostra tomba. Lo trascrivo perché possiate impararlo a memoria: «Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia».
Quando nel 1977 il vecchio Pci si chiude a riccio per difendere l’Astensione e per riconfermare che alla sua sinistra esiste solo la memoria partigiana e dunque non c’è posto per nessuno, io sapevo che questa immobilità non aveva niente a che fare con la democrazia che avevano in corpo gli operai con i quali andavo a bisbocciare. Questa immobilità era livida come Roma in quegli anni. In fondo, nel 1977, inizia la «immobilità». Partono i morti e poi Moro che avevo seguito un giorno d’estate sulla spiaggia a Terracina.
Nel 1977, quando forse «inconsapevolmente» il vecchio Pci inaugura il riflusso anche per i giovani poeti come me, sapevo che gli anticoncezionali come la spirale (dava fastidio la membrana) e la pillola (la mia ragazza si gonfiò come una bambolona) sottraevano l’istinto alla giovinezza. Ma la giovinezza, ora, politicizzata non aveva l’eroina della Banda della Magliana. Chissà se le mummie del vecchio Pci se ne rendevano conto?