«Io, reporter nel cuore di Gomorra»

«Napoli non è una città di peccatori, ma una città che viene resa tale. I boss hanno un seguito perché creano lavoro e parlano alla gente»

Ad ascoltarlo mentre racconta, con un tono basso vagamente ipnotico e la voce profonda da uomo fatto, quasi ti dimentichi che ha 27 anni. A ricordarti le sue origini, oltre all’accento provvede l’espressione seria degli occhi, immersi nella penombra delle sopracciglia come certi vicoli e anfratti della sua Napoli; e la fronte talmente alta e vasta che sembra portare in sé gli ampi spazi di un altro dei suoi luoghi, Scampia, «la terra aperta».
Roberto Saviano non è un giallista, non è un sociologo, non è un criminologo. È uno scrittore ed è un giornalista. La sua non-fiction narra, descrive, documenta, riflette, si emoziona. Se non appartenesse al gruppo di ricercatori dell’Osservatorio sulla camorra e l’illegalità e se non collaborasse con Il Manifesto, Il Corriere del Mezzogiorno, nazioneindiana.com, verrebbe da credere che le sue storie atroci appartengano alle stesse cronache medievali che diedero a Shakespeare materia per le sue trame e figure tragiche. In realtà i fatti che riferisce appartengono a cronache molto più recenti, le cui tragedie sono ancora vive nella nostra pur labile memoria.
Gomorra. Viaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra (Mondadori, pagg. 330, euro 15,50), il suo libro d’esordio, non parla solo di Napoli. «Il nome della città biblica distrutta da Dio viene dall’assonanza con camorra, ma qui il senso viene rovesciato. La mia non è una città di peccatori, ma una città che viene resa tale. La verità è che c’è bisogno di una Gomorra perché altrove ci sia un paradiso. Il paradiso è Tenerife, Aberdeen, Philadelphia, dove arrivano e vengono goduti i soldi creati a Gomorra, cioè a Secondigliano, a Casal di Principe, a San Cipriano».
Per fornire una testimonianza diretta, Saviano è capace anche di camuffarsi da cameriere al matrimonio di un boss, da scaricatore di porto, da muratore in un cantiere. Ogni volta a suo rischio e pericolo. «Minacce ne ho ricevute tante, soprattutto all’inizio, ma a me personalmente fa più paura l’isolamento a cui ti condannano i politici e gli altri giornalisti. Tentano di screditarti perché non vedono di buon occhio questa presenza della letteratura sul campo. E così finisci come l’ultima bacchetta nel gioco dello shangai: non ti hanno fatto muovere, non ti hanno fatto niente, ma ti trovi completamente solo».
Difficile capire davvero che cosa spinga un ragazzo di famiglia borghese a occuparsi di fatti di camorra, o meglio del «Sistema», come lo chiamano affiliati e fiancheggiatori. Difficile capirlo anche per lo sconosciuto che una volta lo aspettò sotto casa per chiedergli cosa avesse mai contro il suo clan. Difficile per il carabiniere che lo fermò e gli chiese cosa ci facesse sul luogo di un agguato accanto al cadavere ancora caldo, e alla sua risposta «Sono uno scrittore», ribatté: «Gli scrittori non si occupano di queste schifezze».
Ride nel ricordare questo episodio, e finalmente la risata gioviale tradisce la sua età. Poi continua a raccontare, con la facilità e la felicità di chi non sa e non vorrebbe fermarsi mai. Cita i reportage letterari di William Langewiesche, di Michael Herr e degli italiani Rocco Scotellaro, Carlo Levi, Giustino Fortunato. Parla delle strade che percorre con la sua Vespa in quartieri dai soprannomi allucinanti ed emblematici, passando in pochi minuti da Las Vegas a Terzo Mondo. Lo attira il fascino irresistibile dei luoghi - «la luce di Scampia è qualche cosa di meraviglioso, soprattutto al tramonto» - e il desiderio di vedere i volti freschi di Anna e Francesco e delle centinaia di ragazzini come loro di cui in seguito ascolterà le voci registrate nelle intercettazioni. Lo spinge come una necessità «la presunzione che sentendo l’alito del reale, quello caldo, quello più vero possibile, si possa arrivare a comprendere il fondo delle cose. Io ho cercato di mettere il naso negli affari: la gestione del ciclo del cemento e dei rifiuti, oltre che del narcotraffico. Infatti, anche se intellettuali e giornalisti sembrano non accorgersene, oggi il potere criminale in realtà è un potere manageriale, imprenditoriale. Quella camorrista è l’unica economia sempre in attivo, perché usa il doppio binario imprenditoriale-militare. Il braccio armato, che numericamente è solo una minima parte, è solo uno strumento strategico guidato da menti imprenditoriali. Rispetto agli anni Ottanta e Novanta è un salto di qualità gigantesco, di cui è ora di prendere atto».
Saviano rintraccia le linee di fondo del «Sistema» osservandolo con occhio lucido e penetrante, ma nello stesso tempo non rinuncia a farsi coinvolgere emotivamente. Ed è da questa tensione che il suo libro acquista vigore intellettuale ed espressivo. «Io credo molto in una letteratura che non fa prigionieri. Perennemente in bilico tra la disciplina del dato e l’indisciplina del racconto. Riconosco al “Sistema” la dignità di un’organizzazione economica efficiente e guardo con rispetto alle persone che vanno a morire. Ma provo odio per chi ha ucciso tanta gente, anche amici miei».
C’è un’ulteriore, fondamentale componente: la considerazione della figura del boss e del suo rapporto col popolo. «Io li chiamo manager-kamikaze. Raggiungono il potere tramite la vittoria imprenditoriale, ma il risultato finale non è il godimento. I boss hanno una vita d’inferno. Pochi anni di potere, al massimo 8 o 10. Poi regime carcerario e alla fine la morte violenta. Sono figli di borghesi, ma coscienti della propria morte». Contrariamente a quello che si pensa, non è il cinema a guardare a queste figure, bensì l’opposto, ed è anche grazie alla suggestione di immagini e stili rubati a film come Scarface o Il Camorrista di Tornatore, che i boss conquistano la gente radicandosi nella loro immaginazione prima ancora che nella loro realtà. «I boss creano lavoro e parlano al cuore della gente. Cose che i politici non fanno. Non hanno paura della morte, e questo genera grande fascino nei ragazzi».
Ma per fortuna ci sono anche esempi positivi. «Don Peppino Diana, persona a cui io tenevo e tengo molto, parlava in toni profetici di “rifondare la parola religiosa e politica”. Poi c’è l’arte, ma non quella museale bensì quella che si sporca le mani, come le canzoni dei rapper A67 e Co sang, o i murales di Felice Pignataro. Occorre per la camorra l’equivalente della cultura anti-mafia. Oggi invece la camorra è confinata nelle pagine di cronaca nera, il gradino più basso in assoluto. Così però passa l’idea che si tratti di un fenomeno limitato alla Campania e limitato alle periferie. I politici, gli intellettuali, i giornalisti e la gente devono capire che non è più così. Siamo di fronte a un impero economico».